Diario di una Snob - fashion, lifestyle, travel blogger from Tuscany, Italy: Bull's eye

Bull's eye

Come al solito, tutti i buoni propositi per la serata sono falliti.
Sono la Snob, ho ventitré anni, sono un'alcolista, ho ceduto e mi sono scolata sette Martini bianchi e una bottiglia e mezza di Chardonnay Gaja & Rey.
Dio, abbi pietà della mia anima di peccatrice.

Non è neanche mezzanotte e sono già a letto ma mi è fisicamente impossibile restare distesa. Resisto per meno di mezz'ora. Mi alzo e vomito mezza bottiglia di Gaja e Rey. Ho vomitato cinquantacinque euro. E cinquanta centesimi. Ma non ricordo di che annata fosse.

Siamo seduti al Diacceto e mi dice che lo Spritz gli ricorda Venezia. Io prendo sempre Martini, o bianco o rosso, magari con un po' di Schweppes, e i Martini non mi ricordano nulla di particolare, se non gli ultimi cinque anni, e adesso.
(Ma posso già sentire nostalgia? Neanche è finita.)
"E che facevi a Venezia?" chiedo, anche se conosco la risposta.
"Il bischero."

"Be', vestiti che andiamo."
Esco dal bagno dopo cinque minuti.
"Scusa, puoi?" Raccolgo i capelli con le mani. Metto in vista la cerniera aperta. La chiude con due dita, evitando accuratamente di toccarmi.
Lascio andare i capelli, scuoto la testa per sistemarli.
"E sei già pronta?" mi chiede stupito.
Mi volto. So che il vestito mi sta da Dio.
"Perché, non vado bene?"
Mi guarda.
Vado benissimo.
"No no, vai benissimo."

Ci hanno portato il vino, lui si alza, va in bagno.
Rovisto nella pochette. Stupida, stupida ragazzina innamorata.
Mi alzo, vado al bancone, sorrido alla cameriera.
"Scusi, non è che avrebbe carta e penna?"
Come torno al tavolo e punto la biro contro il foglio, eccolo che torna.
"Casa stavi scrivendo?"
"Nulla, sei arrivato."

Sono seduta sul gradino freddo di un bancomat della Monte dei Paschi. La sigaretta che credevo d'aver acceso meno di tre secondi fa è già ridotta a filtro tra le dita. Non ne ho altre. Passa un gruppo di quattro ragazzi. Mi alzo in piedi, fluida e lenta e indolente.
"Scusate, ragazzi." Sorrido. "Avete una sigaretta?"
Si accalcano. Sono bruttina come sempre sono stata e sempre sarò, ma il mio vestito nero e la mia pelliccia leopardata e i miei tacchi dicono loro tutto il contrario.
"Certo, se poi ci dici il nome!"
"..."
"E da dove vieni?"
"Son di qui."
"E che studi?"
"Lettere."
Rispondo alla domanda con la Pall Mall già in bocca.
"Io l'avevo detto, che sembravi una da Lettere!" sgomita uno ad un altro.
Mi sporgo verso quello che mi ha offerto la sigaretta, che subito tira fuori l'accendino. La fiamma non resiste al vento. Due o tre paia di mani si piazzano attorno al mio viso per difendermi e permettermi di accendere in pace. La brace arde. Mi tiro indietro. Sorrido.
"Grazie mille, gentilissimi."

Naturalmente prende possesso di carta e penna.
Non saremo stati
noi San Gimignano
ma di torri ne
abbiamo avute
_

Diacceto.
"È che non riesci a vedere qualcuno di..." cerca di spiegarsi ma non ce la fa.
"È che hanno tutti il loro passato ed il loro destino scritto in faccia."
Mi guarda. "Esatto."
Resto zitta.
Vorrei chiedergli cosa legge sulla mia, di faccia.

I ragazzi se ne vanno, ed il cellulare suona.
"Pronto?"
"Ma dove cazzo sei?"
Alzo gli occhi dal mio spigolo di fronte al bancomat.
"Piazzetta Sabatino Mori."
"E dov'è? Dai, vien qui, sono alla Croce del Travaglio."
"Scendi lungo i Banchi, ti dico io quando svoltare."
"Dai..."
"E mi devi prendere sottobraccio. Non ci provo, tranquillo. Solo che non ce la faccio, a tenermi in piedi."
Arriva all'incrocio e mi vede. Chiude la chiamata. Viene verso di me.

Fuggevole, si disse
l'abito che

perdendosi nel
vento, fino
a sera non trovò
pace_
l'amore che si ferma
io voglio_
Ti prego non portarmi
in giro. Non voglio
non voglio andare 
lo giuro_
Poeta, non puoi scrivere e poi farmi leggere dell'amore; è giocare sporco, perché lo sai che son pazza di te.
Eppure non stacco lo sguardo dal foglio che mi ha passato.
Sospiro.
"Non mi sento bene. Vado un minuto in bagno."

Saliamo le scale, ha lasciato il suo zaino a casa mia.
Lo prende ma non si decide ad uscire. Mi lascio scivolare la pelliccia giù dalle spalle, ne prendo un lembo con la destra, la abbandono sul divano. Mi scalzo.
Non si decide ad uscire.
Mi riavvicino, mi volto, raccolgo i capelli sopra la testa, offro la cerniera. La apre completamente. So che vede il pizzo delle mutandine.
Lui non si muove, io non mi muovo.
Basterebbe solo che facesse scorrere i suoi pollici lungo la mia spina dorsale e li andasse poi a posare sulle fossette del fondoschiena, da lì dovrebbe solo insinuare le dita sotto la stoffa nera del vestito e avvolgermi i fianchi.
Poi farei tutto io.
Appoggia lo zaino a terra.
Fallo, Dio, ti prego, fallo. Sai che non posso essere io a fare il primo passo.
Restiamo così per altri venti secondi.
Rinuncio. Mi allontano a passi stanchi e mi siedo di fronte al computer.
"Allora, ciao." Dico.
Riprende in mano lo zaino, esce dalla stanza. Lo sento che si ferma.
"L'ultimo tiro a freccette. Propiziatorio."
In quel momento so che ha deciso che se colpirà il centro tornerà indietro e mi bacerà e mi spoglierà e mi scoperà.
E lui sa che lo so.
Trattengo il respiro dal momento in cui stacca le freccette dal legno del bersaglio. Si porta alla giusta distanza. Tira una.
Due.
Tre.
Quattro volte.
Passi.
La porta si chiude col solito tonfo.
Mi alzo dalla scrivania, lascio cadere in terra il vestito, arrivo al bersaglio.
Neanche un centro.

4 commenti:

  1. Ogni volta che leggo questo post mi vengono i brividi. Sul vecchio blog era una mia tappa fissa e lo sarà anche ora...
    Hai un modo di raccontare davvero splendido, il tutto incorniciato da una scrittura perfetta!

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  2. Molto bello davvero, complimenti!

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  3. si, scrivi proprio con classe. Lucida e liscia come una palla da biliardo. Complimenti.

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  4. uhm...questo post, credo sia il motivo per il quale devi continuare a scrivere. Anche se questo blog non ti è più confortevole come prima.
    ilGrinch

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