Diario di una Snob - fashion, lifestyle, travel blogger from Tuscany, Italy: Hai mai lavorato?

Hai mai lavorato?

Nonostante sia opinione comune che Ask.fm sia un ritrovo di lurker, stalker ed esibizionisti - io faccio parte, immancabilmente, dell'ultima categoria - ogni tanto escono fuori stimoli terribilmente interessanti.
La domanda anonima porta il lettore - perché credo che siate voi, miei lettori, a farmele: o sbaglio? - a chiedermi cose che magari in prima persona, non anonimamente, penserebbe sia sgarbato chiedere: ed io, non sapendo a chi rispondo, rispondo senza preconcetti censure o simili.

M'hanno fatto una domanda che avrei voluto vedermi fare da parecchio: Snob, ma tu hai mai lavorato?
Mi sono resa conto che è da parecchio che volevo rispondere alla domanda perché dai commenti - soprattutto dai commenti di quelli che sono irritati e infastiditi da quello che sono - si percepisce che date per scontato che io sia la classica ragazzina di buona famiglia, che non ha mai fatto un cazzo fino ad adesso - e che probabilmente non farà un cazzo neanche prossimamente.

La prima parte dell'enunciato è piuttosto vera: vengo da una famiglia benestante, che non ha mai avuto problemi economici rilevanti. Ma - c'è sempre un ma, anzi: in questo caso ce ne sono due.

- Sono stata cresciuta da mia nonna, che avendo fatto la guerra è rimasta ancorata a quel periodo storico, come certi soldati giapponesi che sono ancora, ultracentenari, in attesa delle truppe nemiche in qualche isola del Pacifico. Quindi ho vissuto un'infazia relativamente sobria e priva di lussi. (Per farvi capire: ero l'unica bambina di tutte le fottute elementari a cui non compravano gli ovetti Kinder. Nell'ottica degli adulti, dei genitori dei miei compagni di classe, ero figlia di due liberi professionisti, quindi ricca: questa ricchezza non si manifestava però nel contesto infantile; avevo una casa più grande di una buona parte dei miei compagni, potevamo permetterci di fare lunghi viaggi all'estero e le automobili dei miei genitori erano sicuramente più costose - ma comunque dovevo elemosinare ai compagni i doppioni delle sorprese degli ovetti Kinder perché nessuno me ne comprava.)
Ho avuto un'infanzia molto sobria e spartana, e a livello economico non sono stata affatto viziata, anzi: l'educazione al risparmio - cosa terribilmente piccolo-borghese, ne sono consapevole - ne è stata una delle basi.

- Mio padre è il classico self made man: suo padre è morto quando lui aveva poco più di vent'anni, e da un giorno all'altro si è trovato a mantenere le due sorelle minori e la madre casalinga. Quindi tanto in me che mia sorella ha voluto inculcare l'idea del valore del denaro, del duro lavoro, di tutte quelle cose là. Come far capire ad una bambina di otto anni il valore del denaro e del duro lavoro?
Mandandola a lavorare.



Per tutte le estati delle elementari a partire dalla seconda ho passato un mese a lavorare presso un negozio che fungeva da videoteca, rivenditore di veri articoli elettronici tra cui cellulari e studio fotografico. Facevo orario di negozio: arrivavo lì con la bicicletta alle otto e mezza, restavo fino all'una, tornavo alle quattro e uscivo nuovamente alle otto. Le mansioni erano varie: dal pulire i vetri a spolverare le videocassette - tutte le videocassette della fottuta videoteca - mettere in ordine le foto che arrivavano, fresche di stampa, per ordine alfabetico, servire i clienti che restavano un po' perplessi da questa cosa che una bambina di nove anni stesse al servizio al banco - e cose del genere.
Dalla prima media alla terza media circa ho lavorato in un ingrosso di videogames, dove, a parte varie mansioni burocratiche e di segreteria, il momento più divertente del lavoro era mettere a posto le enormi partite di consolle e videogiochi che arrivavano - ho visto l'accomularsi della polvere sull'ingente numero di Dreamcast che nessuno ha mai comprato - e provare le pistole giocattolo sugli sparatutto per vedere che funzionavano - in una settimana ho provato mille e qualcosa pistole di fronte ad una PS2 appena arrivata, un enorme schermo catodico che probabilmente mi ha provocato qualche danno cerebrale e con Alone in the Dark: The New Nightmare come sparatutto di prova - o forse un Resident Evil? Non ricordo bene. La parte divertente, anche, era che si utilizzavano dei monopattini per girare questo prefabbricato industriale da una parte all'altra, con pacchi piene di cartucce per il Game Boy sulle spalle.
Per i primi due anni delle superiori ho lavorato in una bottega orafa di un amico di mio padre,  un artista completamente disorganizzato che spesso e volentieri mi abbandonava con frasi come "Vado da Thomas a prendere l'oro" o "devo portare a far fare i castoni a questo mio amico" o "vado a prendere la creta da David" o "oggi non vengo perché stamattina mi sono svegliato per andare a dipingere l'alba sulle montagne e sono stanco" - sì, oltre che orafo era pittore e scultore. Ho imparato ad usare la fiamma ossidrica, ad infilare le collane di perle, ad usare tutti gli attrezzi base di un laboratorio orafo, nonché a gestire un negozio e le continue lamentele di una clientela che aspettava che i suoi lavori - spesso Adriano lavorava su commissione - venissero fatti.

Per i seguenti tre anni ho lavorato in uno studio di programmazione CAD e web. Teoricamente sono stata lì ad imparare a fare i siti e l'HTML e cose del genere - erano gli anni che ancora si usavano i frame, per farvi capire - ma di base servivo ad altro: lo studio si trovava sottoterra, in delle specie di catacombe, dove, nonostante fosse Luglio, la temperatura si aggirava attorno agli otto gradi e l'umidità sul 90%. Ogni mezz'ora dovevo alzarmi e andare a svuotare il serbatoio dell'asciugatutto DeLonghi dentro al water. Facevo questo. Ma qualcosina comunque di HTML ho imparato.
Questi lavori erano retribuiti, ma non dai miei datori di lavoro: era mio padre che mi faceva la busta paga e la spacciava per loro perché, naturalmente, pagare una bambina di nove anni che ti spolvera le videocassette non è esattamente legale - negli anni delle superiori no: venivo pagata di mio.
Con quei soldi mi padre m'ha insegnato a fare quello che ancora adesso faccio con qualsiasi mia entrata: ne metto da parte un 30%, e faccio il cazzo che mi pare con i restanti.
Come sei piccolo borghese, m'ha detto GuidoGuido, quando gli ho raccontato di questo aneddoto del lavoro. Forse sì, forse: ma con questo meccanismo mi sono sempre trovata bene e mai in difficoltà economica - difficoltà fittizia, ok, che si sarebbe risolta tranquillamente con una richiesta di altri soldi ai miei genitori: ma comunque non è mai successo.

Arrivato l'anno della maturità e poi l'università ho smesso di lavorare d'estate: mi sono limitata a studiare e a dare gli esami più rapidamente possibile - perché mio padre m'aveva detto pure questo: che se andavo fuoricorso o avevo una media inferiore al 28, dopo che avevo voluto far Lettere, col cazzo che continuava a mantenermi.
Adesso qualcosina ogni tanto faccio - siti web, per esempio, o cose social.

Per un lungo periodo di tempo ho odiato mio padre, adesso non più.



17 commenti:

  1. Sebbene il rischio d'essere apostrofato con un chissenefrega sia altissimo, con questo post hai guadagnato la mia fino a qui tentennante simpatia.

    m

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  2. Oddio la Snob ha detto che sono terribilmente interessante.

    Anche in questo ti trovo fuori dal comune. Nessuna delle occupazioni che hai descritto sono "usuali" come lavori occasionali, a paragone con i classici cameriera o ripetizioni.
    Mi resta una curiosità: hai fatto delle application o hai trovato questi lavori "all'italiana"? (in senso descrittivo, non dispregiativo)

    F.

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    1. All'italianissima: tutti amici di mio padre. E non avevo nessuna competenza o capacità, eh, lo ammetto: mi tenevano giusto per fare un favore a lui.

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    2. No ma scherzi, a nove anni, non eri iscritta a infojobs per trovare un lavoro?! Cosedapazzi...

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  3. Come siamo simili anche nel passato.
    Una pacca sulla spalla a te ed una a tuo padre.

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  4. Pure io figlia di un self made man rimasto orfano presto. Sempre lavorato, quest'estate sono andata a infilarmi in una gelateria -in aggiunta all'altro lavoro di social copy cazzi&mazzi- per iscrivermi all'Uni. Ho sempre odiato mio padre, ora sono fiera di essere cresciuta così.
    Per dirti che ti capisco e ti stimo.

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  5. diciamo che ora come ora lavorare o aver lavorato è una fortuna.

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  6. Adoro la Snob anche per questo.
    Alessandra

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  7. Wow... decisamente un'infanzia sui generis!

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  8. Per me rimarrà un segreto di Fatima il motivo per cui, a chi stavi antipatica, adesso dovresti riuscire simpatica.
    Ci vedo sempre una strana morbosa curiosità nel voler sapere a tutti i costi certe aspetti della vita di una persona che, tra l'altro, ne condivide già parecchia parte sul web.
    Chi lamentava una certa ostentazione/presunzione/puzza sotto al naso da parte tua ora si troverà a giustificarla? Probabilmente sì, e non lo capisco.
    Secondo me alla gente piace farsi i cazzi degli altri e certe domande rientrano in questa categoria.
    Il fatto che io non possa comprare alcune delle cose che possiedi non ha niente a che vedere con la simpatia o l'antipatia o il seguirti o il non seguirti. Mi fanno un po' ridere quelli che da adesso, vedendo il tuo macbook, penseranno che in qualche modo te lo sei guadagnato, e quindi "va bene". Per me andava bene anche prima. Boh. Ma forse sono strana io e certi ragionamenti non li capisco.

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    1. Devo dire che io non avevo pensato a molte delle cose che hai scritto - ma ti do ragione su tutta la linea.
      (Il Mac, poi, non me lo sono guadagnato affatto: è stato il regalo di laurea anticipato dei miei.)

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  9. Questo fa di te una con le palle, non così snob come credevo. Nel senso, sarai anche snob ma non sei una viziata che ha avuto tutto solo chiedendo.

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  10. Ciao, sono capitato qui per caso, quindi non so se tu sia snob o meno, ma volevo dirti che leggendo la (tragica) frase sul Dreamcast mi è scesa una lacrimuccia.

    Saluti cari

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  11. Credo, magari sbagliando, di poter fare un collegamento tra questo post e i giudizi sommari che hai espresso sui 'fuori corso': negli anni dell'università il tuo unico 'lavoro' è stato lo studio, e beata te, ma questo ti rende poco adatta a giudicare chi invece ha fatto un percorso differente poiché non ne hai l'esperienza.
    (Non sono una SoloInvidiosa, mi sono laureata con un solo semestre di ritardo).

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    1. Il tuo ragionamento torna, ma hai ragione solo in parte. Quando parlo di studenti fuoricorso, non intendo gli studenti lavoratori: sia perché non essendo io studentessa lavoratrice e avendo avuto, come hai ben detto tu, lo studio come solo lavoro, non posso rendermi veramente conto di come possa essere quella vita; sia perché per adesso non ho conosciuto studenti lavoratori veramente indietro con gli esami. Molti di quelli che conosco si sono laureati in tempo, con voti altissimi, pur facendosi il culo lavorando come baristi, cameriere commesse, e gli altri comunque hanno ritardato la loro laurea di sei mesi, massimo massimo un anno. La mia migliore amica è una studentessa lavoratrice: ha fatto la barista quasi full time, chiudendo il bar alle tre di notte o aprendolo alle sei di mattina mentre scriveva la tesi. E s'è laureata, con una buona media, buoni voti, in tempo. E adesso che è alla specialistica sta facendo uguale: studia, lavora per pagarsi le tasse, porta avanti i suoi interessi facendo un tirocinio piuttosto impegnativo per un museo e organizzando mostre d'arte, continuando a dare esami con risultati eccellenti. I fuoricorso - quelli gravi - che conosco io non lavorano per mantenersi: forse perché se dovessero pagare di tasca loro invece che i loro genitori le tasse da fuoricorso ci metterebbero un pochino più d'impegno.

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    2. Amen. E te lo dice una super fuoricorso nullafacente.
      Sigh.

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[Ricordate sempre: good grammar is sexy.]

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