Diario di una Snob - fashion, lifestyle, travel blogger from Tuscany, Italy: Lungo il Mekong

Lungo il Mekong

Proviamo a spiegare quello che si prova.

In una bottega vietnamita di Saigon, ora conosciuta come Ho Chi Minh City, che io a malapena avevo notato nella pioggia battente degli ultimi giorni, un tipo mi ha smontato e rimontato l'iPhone, cambiando schermo e batteria e altro, restituendomelo zoppicante ma funzionante, rimettendomi in contatto col mondo e rendendomi le foto del viaggio, anche quelle dei momenti prima che accadesse.

Ora, sarebbe giusto che io tentassi di spiegarvi - ma non per voi, dovrei farlo per me - quello che è successo, ma mentre il racconto orale si sta allontanando dalla realtà e si sta canonicizzando in una forma precisa, quella dell'avventura di viaggio a cui non crede nessuno e men che mai quello che la racconta - ma è veramente successo? ma eravamo davvero così in pericolo? ma potevamo davvero morire? - scrivere di questa cosa mi sta creando problemi.

Ci siamo salvati tutti, tutti e otto. A rimanere sotto per parecchio, quasi un minuto, siamo state in tre, credo, circa - le ultime cene si riducono sempre alla stessa maniera: la seconda birra ti fa iniziare a scarabocchiare cose sulla carta, a posizionare i passeggeri sulla barca, a cercare di capire la direzione della corrente, la modalità dell'impatto, se a bloccarci sia stato il tettuccio o lo scafo della nostra o delle altre barche, cose così. L'ordine in cui siamo tornati in superficie, l'ordine in cui siamo arrivati a riva - cronologico, geografico - l'ordine in cui tutti hanno capito che nessuno era rimasto sotto e che quindi più o meno traumatizzati, più o meno pieni d'acqua del Mekong eravamo tutti vivi, anche se perduti nella giungla in un villaggio di cento persone a pochi chilometri dal confine cambogiano.

Alla fine raccontarla non dovrebbe essere difficile.

Dovevamo raggiungere Chau Doc via battello da Phnom Penh, non so quale cazzo di problema c'è stato e abbiamo preso i battelli al confine, proseguendo nelle acque vietnamite del Mekong. Il viaggio sarebbe dovuto durare un paio d'orette, circa, credo, ma non lo sapevamo quando siamo saliti a bordo - non saremmo saliti a bordo di queste cose qua su uno dei fiumi più grandi del mondo senza sapere di poter attraccare dopo massimo mezz'ora. 
O forse sì. Adesso stiamo attenti a tutto e controlliamo le ruote dei pulmini che sono puntualmente lisce e in barca non ci siamo saliti più, ne abbiamo il terrore, ma giusto quattro giorni fa eravamo i classici occidentali medio-borghesi strafottenti che guardavano in turisti con superiorità e che volevano vedere la vera Indocina.
Avremmo pensato cose tipo certo, sono un po' piccine, queste barche, e malsicure, e la corrente è forte e il Mekong largo, ma al massimo ci si fa un tuffo e si resta qua a galla, che sarà mai.
I salvagenti c'erano ma erano incellofanati e legati al tetto ben bene e nessuno ci ha chiesto di metterli e al momento non ci sarebbe stata maniera, ma è stato un bene perché tutti sapevano nuotare e probabilmente ci avrebbero bloccato ulteriormente i movimenti, saremmo potute restare sotto qualche secondo di più, noi che siamo restare sotto, e io quando stavo per riemergere già ero al limite.

Ma all'inizio il viaggio andava bene, eravamo un po' più lenti delle altre barche ma non ci abbiamo fatto caso, eravamo un po' troppo bassi sull'acqua, appena una spanna e mezza distanziava il bordo azzurro della barchetta dalla superficie gialla dell'acqua.

Ha iniziato a piovere, forte, nella modalità monsonica di quelle zone là. Scomodo ma non grave, sul momento, ci siamo messo i k-way e una felpa di più per non sentir freddo e rimanere asciutti, per quel che si può - i miei pantaloni con gli elefanti comprati ad Angkor erano zuppi ma chi ci faceva caso. 
All'inizio del viaggio ho tolto i desert boots perché ogni volta che vado a bordo di qualcosa mi levo le scarpe: pesanti com'erano mi avrebbero portato a fondo più velocemente, nuotare sarebbe stato più difficile; anche questa una piccola fortuna della sfortuna, di quelle che ci ha fatto rimanere in vita.

Il motore va in avaria, la pompa dell'acqua smette di funzionare ed iniziamo ad imbarcare acqua. Non è stato il capitano - capitano: si può definire capitano un cambogiano che governa una zattera? - ad accorgersene, ma uno di noi quattro con la patente nautica. It's not working. Nel mezzo del Mekong a smontare l'albero motore, mentre alcuni di  noi tentavano di svuotare la barca con delle taniche tagliate a metà. Ma ancora: non eravamo preoccupati: volevano risolvere la cosa, ma non avevamo paura. Avviciniamoci alla riva, iniziamo a dirgli, telefoniamo a qualcuno, fermiamo un'altra barca, facciamoci aiutare. Lui, chino sul motore, non sentiva nulla.
Quello che è successo dopo è successo in pochissimo tempo, come sempre succede in questi casi qua. C'erano due grossi barconi ormeggiati alla riva sinistra, dei mostri se paragonati alla nostra barchetta. La corrente, forte, ci stava portando allo schianto. Non facciamo in tempo arendercene conto che la prima botta - la nostra prua contro la fiancata del barcone - spezza la punta della barca in due. Al secondo colpo la barca si inclina a destra, di poco, quel che basta perché un'ondata gialla divori il fianco e faccia colare a picco la barca.

Un secondo e i miei compagni di viaggio avevano l'acqua alle ginocchia, sotto di noi non c'è più legno ma solo nero. Forse urliamo - so che qualcuno ha urlato il mio nome - ma più che paura è stupore - oddio qui ci schiattiamo - oddio, qui ci schiattiamo. Un altro secondo e solo la testa è rimasta fuori. Al terzo, il tetto di ferro della barca, unica cosa rimasta integra, ci porta sotto.

Questo è il momento in cui dovete iniziare a trattenere il fiato insieme a me.

L'acqua da gialla diventa marrone e ancor più velocemente diventa nera mentre guardo verso l'alto e ho questa sbarra di ferro che mi preme sullo sterno e continua a portarmi giù. Sarebbe ridicolo penso sarebbe ridicolo proprio qui. Che poi sono più ridicole altre morti, tipo scivolare sulla saponetta in bagno o roba così, ma in quel momento c'era del ridicolo in quella situazione e non volevo che la mia morte fosse ridicola quindi ho spinto per uscire da quella terribile gabbia di ferro, ho spinto per andare verso l'alto.
Ma l'acqua continua ad essere nera per quanto mi sembra di star andando dalla parte giusta, le mani incontrano una superficie ruvida e legnosa - lo scafo di uno dei due barconi - sono ancora sotto e sono passati già venti, trenta secondi, devo uscire perché non voglio morire nel Mekong, perché non voglio morire affogata perché non c'è modo peggiore di morire, affogato: e non qualcuno che affoga dopo essere stato a lungo in acqua, ormai privo di sensi, no: qualcuno che muore mentre batte i pugni contro il legno che lo circonda, completamente consapevole che l'ossigeno ed il tempo a sua disposizione sta finendo, e non vuole che sia così, non vuole espirare ed inspirare qualcosa che non è aria ma acqua, l'acqua del Vietnam, l'acqua del Mekong con il suo fango ed il suo arsenico e i suoi metalli pesanti e i suoi germi batteri e tutto il suo orribile schifo, non voglio voglio andarmene voglio uscire. 
Inizio a percorrere lo scafo con le mani, in una bizzarra scalata subacquea e orizzontale, lasciandomi spingere dalla corrente. Ad ogni manata c'è ancora legno, sembra non finire mai.

Poi il legno si curva repentino alla prua, l'acqua da nera ridiventa marrone e poi ancora gialla e poi riemergo con una forza che ormai non è più mia ma è quella del Mekong e respiro, e vivo.

39 commenti:

  1. Non ho parole. Ho un battito accelerato.

    G.

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  2. Affogare ... non posso neanche lontanamente immaginare. E' sconvolgente. Mi viene da piangere.
    Ti chiedo perdono, Snob, ma non riesco a trovare una parola, una che sia logica o di conforto.
    Sei viva, siete tutti vivi, l'unica cosa che conta.
    Ti abbraccio Martina

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  3. Risposte
    1. Certo che sei cretino forte.

      M.

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  4. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  5. Senza parole... un abbraccio anche da parte mia.

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  6. Non era il Mekong, era il più tranquillo mare del Salento ed ero in vacanza con i miei. In mare sul pedalò insieme a un gruppo di sconosciuti tra i dodici e i diciassette anni. Facciamo un tuffo e i cazzoni sul pedalò non si accorgono che io e una ragazzina siamo in acqua, davanti a loro. Cominciano a pedalare. Non ce la faremo a toglierci di mezzo. Spingo la ragazzina a lato, in un istinto caritatevole e mi ritrovo sotto il pedalò. Se ne accorgeranno, i coglioni. Batto sotto il pedalò. Non mi sente nessuno, cristo signore. Riemergo sotto, tra i marchingegni e le valvole e batto forte. Non mi sentono, testacce di cazzo. Allora sono andata sotto, e non sapevo nuotare e ho iniziato ad occhi chiusi a dimenarmi verso il vuoto. Sono riemersa a chilometri da loro. Sono arrivata in spiaggia viola e sola, ma viva.

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  7. È assurdo come persone che non hai mai visto con i tuoi occhi, delle quali hai sempre e solo letto le parole, senza mai udirle con la loro voce, riescano ad entrarti sotto pelle. Te ne accorgi ogni tanto, magari quando apri il profilo di una di quelle persone ripetutamente, alla ricerca di un racconto che stemperi la preoccupazione.

    È bello che tu sia viva.

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  8. Sono senza parole, senza fiato.

    E m'unisco forte al commento di Agnese, è bello che tu sia viva.

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  9. Sei stata brava a reagire al panico che prende in queste situazioni, alcune persone ne vengono sopraffatte completamente.
    Spero che il resto della vacanza sia tranquillo e ti diverta!

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  10. Aspettavo di sapere, non so di preciso cosa. In generale aspettavo di sapere che stessi bene, nonostante tutto. Che fossi viva e che potessi raccontarlo. Scriverlo. È importante anche questo. Aiuta a sottolineare il ridicolo, esorcizza la paura.

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  11. Che sollievo leggere questo racconto, queste parole. Anche io sono una lettrice affezionata, nel senso che provo affetto per te ed ero preoccupata.

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  12. È ora di rivalutare l'operato del tuo psichiatra o almeno il tuo modo di affrontare la tua terapia.
    L'esibizionismo nel tuo precrdente post fa molta piú impressione di questo racconto.

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  13. Ho rischiato anche io seriamente la vita. In un modo completamente diverso ma il risultato sarebbe stato il medesimo.
    A me ha cambiato davvero prospettiva. Nel profondo. Spero accada anche a te. Non c'è nulla di più positivamente sconvolgente di una rivoluzione di sé.

    E bentornata a noi.

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  14. Leggere il tuo racconto fa davvero trattenere il fiato! E leggere quella parola in fondo al post è la cosa più bella di tutte: viva! Un abbraccio, CKi

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  15. un abbraccio forte, mi spaventa solo leggere questa disavventura, non immagino come possa essere viverla. baci, Snob, torna presto
    Ally Lane

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  16. mi è venuto da piangere. che schiappa che sono.
    meno male che stai bene <3

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  17. Snobbina che pauraccia infame. T'abbraccerei tanto tanto.

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  18. Paura vera. Stranamente da ora in poi stai sicura che per quante poche manie tu possa avere avuto, molte le hai lasciate andare in fondo al fiume quando te ne sei uscita. Bello il lieto fine. Però adesso solo week end a Capoliveri e fai la brava. okei donna?

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  19. Senza parole, o meglio, ne avrei ma temo l'intervento della censura.
    So che questa domanda ti sembrerà fuori luogo, uno pensa alla pellaccia che ha salvato, a tornare a casa e via dicendo, ma il tour operator l'avete sentito? L'assicurazione del tour operator cosa e quanto copre?
    E torna presto in patria ;)

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  20. Benissimo, ora inutile ripetere quel che tanti hanno già ben detto, l'importante è che tutti stiate bene - però due considerazioni. La prima: non fare mai più una cosa del genere (poi ci sarà tempo per rimproveri più articolati)!...La seconda: che ne diresti di iniziare a valutare se sia il caso di impegnarsi a fare al tour operator un culo grande quanto una portaerei? Così, tanto per restare in tema di barche. Certe cose non devono più accadere.

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  21. per fortuna che è finita bene!ciò che non uccide fortifica!
    Silvia&Mari
    Nuovo Post su
    http://emiliasalentoeffettomoda.altervista.org/alle-prese-con-la-creazione-di-look-con-stylight/
    Emilia e Salento Effetto Moda
    emiliasalentoeffettomoda@gmail.com

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  22. Sono tanto felice che tu stia bene. Anche il racconto di come stavi quasi per morire mi ha lasciato senza fiato, non riuscivo a smettere di leggere e se fosse stato un libro non avrei mai chiuso gli occhi. Però per fortuna, respiri. Così non smetterò di leggerti. Ben Rimasta Tra Noi.
    -M.

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  23. Adesso ti prenderai una infezione.
    Auguri
    (spin)

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  24. Scusanon posso fare a meno di ridere: tour operator? LOL

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  25. il famoso MekongBoatPeople Operator - chiederanno n sovrapprezzo per l'avventura
    (spin)

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  26. il famoso MekongBoatPeople Operator - chiederanno n sovrapprezzo per l'avventura
    (spin)

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  27. il famoso MekongBoatPeople Operator - chiederanno n sovrapprezzo per l'avventura
    (spin)

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  28. Per tour operator qui si intende, chiaramente, l'organizzatore del viaggio (soggetto che ha precisi obblighi e responsabilità - il rispetto dei quali potrebbe essere oggetto, eventualmente, di una valutazione). Capitan Cambogia sulla sua inaffondabile corazzata Potëmkin sarà, semmai, un vettore (ma non è poi così rilevante cosa sia o fosse - spero per lui sia- nell'ordinamento giuridico cambogiano).

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  29. Sono felice che tu stia bene e mi fanno rabbia i commenti quasi divertiti che ho letto anche su twitter. Petra

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  30. ODDIO che paura! ho sofferto a leggerti, ti giuro. Ho trattenuto il fiato, che orrore. Ti abbraccio!

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  31. Terribile, non oso immaginare la paura (io poi che quando si tratta di acqua dimostro la stessa confidenza di un gatto).
    Sono davvero contento che sia una storia a lieto fine.

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  32. porca miseria,snob. felice che tu sia riemersa.

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  33. Accipicchia! Lo ripeto anche io, dopo tutti i commenti qua sopra: sono contenta che tu stia bene.
    Un abbraccione forte forte.

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  34. Il tuo racconto potrebbe essere l'estratto di un ottimo libro, sai scrivere molto bene.

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[Ricordate sempre: good grammar is sexy.]

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