Diario di una Snob - fashion, lifestyle, travel blogger from Tuscany, Italy: gennaio 2013

Driver

Dopotutto, avrei dovuto capirlo che nell'amore mostratomi dalla Spo agli inizi della nostra amicizia parigina dovesse esserci qualcosa di dubbio.
Di molto dubbio.
E, in effetti, quando le venne quest'idea del furgone avrei dovuto tentare di dissuaderla.
Oppure, sarebbe semplicemente bastato obbligarla a prendere la patente.
Insomma, tutto questo per dire.

Sapete il furgone?
Lo guido io.
Già.
E sarò quindi presente a tutte le date - almeno, a tutte quelle di Febbraio, poi devo vedere come mi si mettono le cose per il Master - della Stiletto Academy, probabilmente non troppo entusiasta e/o comunicativa - sarò quella vestita di nero e bianco che passerà il tempo fuori dall'hotel a fumare - ma sempre felice di conoscere eventuale gente che mi legge.

Quindi, ecco le date:

10 febbraio Milano Westin Palace
17 febbraio Torino NH Lingotto
24 febbraio Venezia Westin Europa Regina
17 marzo Firenze Westin Excelsior
24 marzo Roma Westin Excelsior

Per Milano e Torino già ci sono le iscrizioni aperte.
Chiunque sia, comunque, in zona, si faccia sentire. Ci si prende un caffé.

Io domani mattina attraverso la Toscana per andare a conoscere Lucio, il furgone. E vedere se sono davvero capace di guidarlo.


(Tutta questa storia sta a metà tra questo e questo. Ancora non l'ho elaborata bene.)


Scars

Come dicevo, dei capelli non me ne frega niente - o quasi.
Mentre ho la pessima tendenza a fare questa cosa qua.

Ognuno ha i suoi vizi.
A me piacciono gli aghi.

Pensare che stiano lì a ricordarmi di qualcuno, di una persona, comunque, è sbagliato. Rappresentano, anzi, il momento in cui nuovamente capisco che esisto io, ed io soltanto. E tutto il resto, tutti gli altri, sono solo mie proiezioni - sono lì solo per me - sono mie creature, quasi - sono state messi lì da qualcuno che mi vuole tanto bene, per farmi divertire e passar tempo, perché qualcuno legga le mie cose, per non farmi annoiare.
Il mondo esiste perché io esisto, e se non esistessi io, non esisterebbe lui.
È perfettamente sensato.

Comunque, a parte i vaneggiamenti.
Sto pensando di farmi qualcosa d'altro - qualcosa di estremamente sobrio, alla maniera mia.
Pensavo a qualcosa di bianco.


Non so.
Che dite?

 

NEC SPE NEC METU

Ricominciare a svegliarsi più presto la mattina, ma non perché la sveglia abbia suonato o qualcosa del genere.
Solo, ritmi ed equilibri che si riassestano in maniera diversa, le nuove fisionomie del mio mondo dopo i vari terremoti - il crollo di giardini di Babilonia tra le mie costole - l'armageddon nella mia scatola cranica. 
Stiamo mandando gente a fare i rilievi topografici, vogliamo capire dove e come ricostruire.

Fuori c'è molto più spesso il sole. 
Andiamo, quindi, così: senza speranza né timore, quasi come i primi uomini - no, ancora meglio - come degli animali. Inizio a provare una gioia che non è esattamente gioia, ma la bellezza è più facile da trovare in ogni cosa.
Non mi preoccupo del giorno successivo, perché il giorno successivo arriverà.

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Redheads are God's way of giving the world roses

Dicono che una donna, quando vuole cambiare vita, cambi il colore di capelli.
Con me non ha mai funzionato, o meglio: il rapporto con i miei capelli è sempre stato così sofferto che far loro subire anche i miei cambiamenti di vita mi sembrava eccessivo. Hanno tutti i difetti del mondo: color topo, ipersottili, con la felice tendenza ad annodarsi dopo tre secondi. Un incubo.

Durante la mia oh-già-sapete-quanto-felice-e-sana-infanzia me li facevano tenere cortissimi.
Le motivazioni sono molteplici, credo.
- Così sono più comodi: questa è la scusa di una madre novella che non ha voglia si asciugare i capelli ad una figlia. Classica.
- Così ti si rinforzano: certo. Non ero una bambina. Ero un ulivo. E andavo potato. Tralasciamo.
- Motivazione effettiva: mio padre voleva un maschio e m'hanno tenuto con i capelli corti fino a che il manifestarsi del mio seno non ha reso a tutti chiari che ero una ragazzina.
Comunque. Capelli cortissimi.
Dio che odio.
TUTTE le bambine, alle materne e alle elementari, avevano i capelli lunghi fino all'osso sacro.
Tutte-le-fottute-bambine.
Io ero quella col taglio à la garçonne che se non si metteva la gonna veniva scambiata per un maschio. Fino a tipo i dieci anni. Scambiata per un maschio.
Inutile dirvi che non mi sono mai ripresa. Probabilmente la maniera fortemente sessuale in cui mi pongo in certi contesti è dovuta dalla scarsa femminilità che ho dovuto subire nella preadolescenza. Comunque.

Appena ho avuto il pieno possesso delle mie facoltà mentali e dei miei capelli ho iniziato a farmeli crescere. Ad andare dal parrucchiere. E a fare cazzate. Cazzate tra le quali possiamo annoverare: decolorazione bionda, ricolorazione viola scuro, permanente, cinquanta sfumature di rosso assassino, stiraggio, nero corvino con sfumature blu perché-io-sono-dark, e, ad unire le ultime due tendenze, un taglio lungo con ciuffo ultrasfilzato, tinta nera corvina con solo le punte rosso assassino.
Esatto.
Le ho fatte tutte.
E i miei capelli... hanno reagito male. Molto male. Se possibile, si sono trovati in uno stato peggiore di quello di partenza.

Da lì è cominciato un rehab rigidissimo, ai limiti del fanatismo religioso. Volevo avere dei capelli lunghi, belli, folti, sani. Stop. Era uno degli scopi principali della mia vita. Se mi avessero chiesto "Cosa vuoi fare da grande?", la mia risposta sarebbe stata solo una: la musa preraffaelita.
Qualcosa tipo così.
Sarei stata perfetta.
Utilizzavo solo prodotti ecobio, passavo il tempo a farmi le trecce, mi ero iscritta ad un forum apposito di gente che voleva i capelli lunghi fino al culo e avevo definitivamente abbandonato le tinte chimiche. Per passare all'henné.
L'henné: per chi non sapesse cos'è rimando alla pagina della Bibbia in merito. Riassumendo per i più pigri: è un'erbetta orientale che, se polverizzata, addizionata d'acqua calda e tenuta per tipo cinque ore sulla testa ti tinge i capelli di rosso. Non decolorando i capelli, però, sui capelli scuri più che una tinta vera e propria farà più da riflessante.
L'henné ha però un enorme pregio: a differenza delle tinte chimiche che aprono le squame del capello, infilano i coloranti e rovinano, quindi, i capelli, l'henné ha un effetto filmante: i capelli sono ricoperti di questa specie strato protettivo color rubino. Diventano il doppio più spessi, più folti, più luminosi, più resistenti.
Una cosa divina.
L'unico grosso problema dell'henné è uno: è rosso.
Per tutto il periodo in cui me lo sono fatto, da giovane, avevo i capelli molti più scuri d'adesso. Motivo per cui, forse, il rosso non si vedeva così tanto. O forse non me n'ero accorta. O forse non avevo deciso che il rosso, sui capelli, mi stesse male. Non so.
Sta di fatto che verso il quinto superiore ho lasciato perdere, con questa storia dell'henné. E anche con tutte le menate ecobio, e anche con la storia generale della Musa Preraffaellita. Sarà che dovevo fare gli esami, non so.

Arriviamo ai giorni nostri: cuore spezzato, capelli ancora non ripresisi da Parigi, la sua acqua calcarea ed il suo sporco assoluto, che mi obbligava a fare minimo due/tre docce - capelli inclusi - al giorno.
Mi sono ricordata dell'unico periodo della mia vita in cui avevo dei bei capelli: il periodo dell'henné.
Quindi, cosa ho fatto?
Eh.
A dire il vero lo scopo era prima fare il rosso e poi buttarci sopra un bello strato di indigo per tornare del mio bruno naturale, ma la Ste, che è intimamente innamorata del rosso Sirenetta, continua a dirmi di tenermeli così.
Indecisione.

Lo sapete che io sono contro i colori. Come posso iniziare ad andare in giro con i capelli rossi?

Consigliatemi.



Motivational Monday #0

Da ora in poi cercherò di iniziare la settimana appena un po' più propositiva del solito.
Proposito bizzarro, per una persona che spesso e volentieri non sa in che giorno della settimana si trovi.
Il mio nuovo wallpaper.

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Life on Mars?

Insomma le cose sono andate così.
Qualche settimana di speranza, qualche settimana di paura.
Errori.
Prima drammatica mazzata tra capo e collo, proprio lì, a tentare di spezzarmi i diamanti.
Polmonite, dimagrire di altri tre chili. Di notte non riesco a dormire dalla tosse. Mi vietano di fumare.
Passare tutte le feste chiusa in casa.
Riprendersi piano piano ma non troppo, tentare di rimediare.
Tornare in Toscana.
Vedere che qualcosa in te non va troppo da come ti guarda la Ste che ti viene a prendere fuori porta, dal lieve spavento nello sguardo.
"Sei dimagrita."

Farmi il Pitti con Flaviana, farmi Budapest con la Ste.
A tre giorni dal ritorno, ecco, ci riprovano. A spezzarmi i diamanti.


Ma non ce la fanno perché non ce la fanno mai.
Mi basta passare una settimana a letto a guardare il soffitto, ad ammorbarvi con la mia depressione attraverso i social network e a bere latte. A ricucire corpo e spirito.
Ogni volta sembra sia l'ultima - da questa non mi riprendo - eppure ogni volta - voi che vi limitate a leggere la mia vita non potete conoscere l'effettiva facilità con cui mi scrollo il dolore di dosso - l'amore però, forse, no.

Un giorno mi alzo perché devo, mi vesto perché devo.

Basta un commento carino su IG, basta un professore che di fronte al curriculum studiorum dice: "Ma lei è terribilmente giovane."


Terribilmente giovane.

Mi piace.

(Ho smesso di spaccarvi i maroni col mio cuore spezzato, insomma. Promesso.)

LaCie Starck Mobile Hard Drive

Edizione limitata di qualche anno fa: LaCie in collaborazione con il mio amatissimo Philippe Starck.
Trovata a 29 euro spedizione inclusa su eBay nella versione da 320 GB.
Grigio opaco e cromo, cavo USB a scomparsa.
Potevo lasciarla lì?


Beauty

Come ho già detto, ho ancora le cicatrici.
Ma ormai sono abituata.
Ricordo benissimo la prima volta, la perdita dell'equilibrio. Il labbro che si spacca contro l'asfalto come un frutto maturo - un labbro bambino che di maturo non ha niente: ho quattro anni. Non sono mai stata baciata. Il sapore del sangue in bocca, unito a qualcosa dell'asfalto: così artificiale/industriale/urbano/sintetico, è un sapore che ancora cerco - chi di voi può dire di non piantare gli incisivi nel labbro inferiore alla ricerca di quel sapore. L'asfalto è caldo - è estate - e granuloso contro il palmo, contro le ginocchia. Mentre mi rialzo microscopici diamanti di nero catrame mi rimangono incastonati nella pelle-bambina - guardatemi, sono un gioiello.


Stanotte ci ripenso di sfuggita mentre sto facendo altro, o meglio - sto facendo quello che voi mi vedete solitamente fare, ma in una maniera altra. Non sono ancora completamente capace di farlo come un tempo - per me soltanto - ma sento qualche cambiamento.
Stanotte ci ripenso di sfuggita - ripenso di sfuggita, e l'unica sensazione che provo è d'assoluta bellezza.

"The perception of Beauty is a moral test."


The longer I live the more beautiful life becomes. 
If you foolishly ignore beauty, you will soon find yourself without it. 
Your life will be impoverished. 
But if you invest in beauty, it will remain with you all the days of your life.

ARMANI FALL/WINTER 2013-2014

Se proprio mi devo innamorare di nuovo, il prossimo lo voglio tutto vestito Armani.




Fringe, 2008-2013

All'inizio volevo scrivere qualcosa, poi ho pensato che solo i disadattati scrivono qualcosa sulla fine di un telefilm.
Ma dopotutto, a chi era rivolto, quel telefilm, se non ai disadattati?
Di cosa parlava, quel telefilm, se non di disadattati?
Ecco, alla fine, di cosa parlano cinque stagioni di Fringe. Di persone che hanno sbagliato, che hanno sofferto, che hanno subìto. Walter Bishop, vero protagonista ulteriormente confermato nel finale, ha addosso tutti i peccati dell'umanità.
Eppure, c'è perdono.
Questo era tutto quello che Fringe ci voleva dire.
Non date retta alla fantascienza, quella era stata messa lì giusti per non farci sentire delle ragazzine.
Il messaggio era solo questo.
Sacrificio,
Perdono,
Amore.



Raized by Wolves

Mi rimargino con una facilità che a volte mi spaventa.


Qualche notte fa ho sognato che i microdermal mi rigettavano. Al risveglio erano ancora lì, fissi e ancorati al mio collo - a memento del fattore di guarigione - e non ho approfondito e non ho capito il segno. A volte capita, sono ancora terribilmente giovane e questo è un periodo di profonde distrazioni.

Qualche notte fa ho sognato che partorivo due gemelli. Erano dei bambini bellissimi. O meglio - la novella è parto, il romanzo è nascita - non ho sognato di partorirli, ho sognato di essere incinta - questo è un sogno che ho già fatto - e poco dopo ecco, quelle due spettacolari meraviglie erano tra le mie braccia. A tratti li amavo come mai ho amato, a tratti volevo loro spaccare la testa contro il pavimento. Misteri della maternità.
Comunque, colgo un'evoluzione. Ai tempi del Poeta sognavo sì d'essere incinta, ma sognavo anche, puntualmente, d'abortire. Credevo di svegliarmi da un sogno dentro al sogno col ventre svuotato e le gambe bagnate di sangue nero, anche le mani erano sporche e più tentavo di pulirmele sulle lenzuola bianche più il nero mi si infiltrava tra le pieghe, nelle linee sottili delle impronte digitali, tra le unghie.
Colgo un'evoluzione.

Mio padre doveva aver capito fin da subito che non ero l'elemento fortunato della cucciolata. Non abbastanza carina e tenera ma neanche gracile da far pietà, sarei sicuramente stata l'ultima scelta in ogni contesto - immagino che qualche pensiero del genere debba aver attraversato la mente di mio padre - il bastardino bruttino ma sveglio, magrolino ma resistente di cui tutti pensano "Se la caverà".

Avevo tre anni e mio padre mi dava degli spintoni per farmi cadere a terra.
"Devi" diceva, "devi mettere avanti le mani, e imparare a cadere."
Imparai a cadere benissimo, ma continuò a spintonarmi.
"Devi" diceva, "devi imparare a rialzarti."
Ho ancora le cicatrici.

Lo psichiatra ha sempre creduto che raccontassi cazzate. Restò profondamente stupito quando mio padre, alla seduta con lui, confermò tutto.
"Doveva imparare a cadere, e a rialzarsi."
Allo psichiatra sembrò ragionevole.

Avevo tre anni e mio padre mi lasciava sola nei boschi dei monti attorno al paese.
"Ti ricordi la strada che abbiamo fatto per venire qui? Credi di riuscire a ritrovare dove abbiamo parcheggiato l'automobile?"
Annuivo. Nevicava.
"Allora, aspetta. Fino alla lancetta sottile qua."
Aveva tanti orologi seri, ma alla fine portava sempre Swatch di plastica scura.
"Quando la lancetta sottile arriva qua, vieni all'automobile."
Annuivo.
"Devi imparare a trovare la strada da sola."
Se ne andava, e io dovevo aspettare.

Ho smesso di avere paura così tanto tempo fa che i vostri tentativi sembrano quasi ridicoli, sapete?



Make me a MixTape

A dire il vero, non so se ho effettivamente vissuto l'epoca del mixtape - quando la parola mixtape specificava in maniera piuttosto concreta il supporto. 
Fatemi pensare.
Primo Walkman Sony: probabilmente verso i cinque/sei anni. Posso ricordarmi che ci ascoltavo le audiofiabe e le cassette dello Zecchino D'Oro.
Primo mixtape fatto da qualcuno per me.
Uhm.
Ci sono. Seconda/terza elementare. Il figlio degli amici di famiglia ai quali i miei mi sbolognavano da piccina. Io avevo sette anni. Lui sedici. Mi fece un mixtape, con dentro tanti pezzi dei Queen. Quando facevo la seconda elementare adoravo i Queen. Se mi avessero detto che dodici anni più tardi l'autore del mio primo mixtape sarebbe diventato il mio ragazzo e lo sarebbe rimasto per circa tre anni non ci avrei creduto. E invece.
Secondo mixtape: compagno di classe delle elementari. Mi ricordo solo che c'erano dentro parecchi 883. Credo fosse uscito da poco La dura legge del gol!, quegli anni lì insomma.
Terzo e ultimo mixtape di cui ho memoria, ma che di mix aveva veramente poco. Un'intera cassetta da 90 minuti in cui io e mia cugina, credo nel marzo del '98, avevamo inciso in loop My Heart Will Go On. Un lavoro minuziosissimo fatto di STOP/PLAY/REWIND allo stereo. Roba che solo un preadolescente può fare. 

Questi sono i mixtape di cui ho certezza. Ricordo altri STOP/PLAY/REWIND e pomeriggi passati ad attendere che arrivasse la canzone giusta in radio. Ma non chiedetemi che musica fosse.

I CD hanno preso il posto delle cassette, ma in quel momento sono iniziati i miei anni del mixtape.
Perché continuavamo a chiamarli così. Non avendo mai capito un cazzo di musica - e non avendo mai, di base, avuto un vero interesse nel capirci qualcosa - appena iniziavo ad uscire con qualcuno, fosse questo alle medie, alle superiori o all'università, scattava questa cosa del mixtape.
"Ti faccio un mixtape."
"Mi fai un mixtape?"




Chissà per quale motivo continuavamo a chiamarli mixtape.
Facciamo una rapida lista.
Guido, me li ha fatti.
Marco. Marco mi installò Musicmatch Jukebox sul computer, e mi ci mise dentro tutta la sua libreria musicale. Quei pezzi hanno passato cinque o sei computer, e adesso sono qua dentro. Ma tu pensa.
Poi. Uhm.
Andrea non me ne ha mai fatti, personalmente. Se insistevo insistevo insistevo me ne prestava alcuni dei suoi.
Me li ha fatti pure Francesco, il tipo che mi faceva ripetizioni di matematica alle superiori - rapporto molto ambiguo, quello.
Juri me ne ha fatti. Non si capacitava della mia completa ignoranza musicale. Per il Natale del 2006 comprai a Juri un'edizione ultralimitata di qualche cazzo di LP degli WHO. Il giorno in cui andai a casa sua, a portargliela, lo trovai con la sua ragazza, che mi aveva detto aver lasciato.
Quel cazzo di LP fece una bruttissima fine.
Poi, Lorenzo. Come naturalmente doveva essere per l'autore del primo mixtape della mia vita, Lorenzo adorava farmi i mixtape. Io non adoravo altrettanto ascoltarli, forse. Ma dopo un po' mi abituavo. Mi sono sempre abituata alla musica della gente che ho avuto accanto. Solo ultimamente sono diventata un po' meno accomodante.


L'unico che non mi ha fatto mai mixtape è stato il Poeta. Oltre a non capirci veramente un cazzo di musica - anche meno di me, se è possibile - era un tecnofobo fatto e finito. Dubito fortemente sapesse, all'epoca, far funzionare uno stereo: figurati se nel 2010 sapeva scaricare degli mp3 3 buttarli dentro un CD. Qualcuno gli aveva comprato un iPod - credo fosse stato Seba - e glielo aveva sincronizzato con la sua libreria musicale. La cosa più vicina ad un mixtape che abbiamo avuto, io e lui, è stato questo: ho sincronizzato il suo iPod con la mia libreria musicale. Punto.

E con lui credo siano finiti i tempi della musica condivisa. Oddio, è vero che mentre ero a Parigi ho ricevuto tante email, e che molte di queste avevano link a dei video. Ma forse la differenza d'età era troppa per poter apprezzare veramente il gesto: esempio della musica inoltratami.

Ora, boh.
Avrei voglia, nuovamente, di un  mixtape. Ma proprio un mixtape, eh, uno di quelli corti, con al massimo quindici pezzi. Peccato non avere più il Walkman della Sony, peccato non avere più un computer capace di leggere i CD.

Per fortuna, però, i retromaniaci là fuori hanno pensato di trovare delle alternative.
Milktape, con giusto 128 MB. Per quella dozzina di pezzi che contano veramente.
Ora, dovrei solo trovare qualcuno interessato a condividere una dozzina di pezzi con me.

(Non faccio MAI domande volte alla partecipazione del mio pubblico alla fine del post perché, di regola, FOTTESEGA. Ma voglio tutti i vostri rimpianti su nastro magnetico qua sotto, questa volta. Parlatemi dei vostri mixtape, stronzi.)



Balenciaga S/S 2013

Ci sono due o tre idee che è puro e assoluto amore.

Un solo proposito: non ci sono buoni propositi.

Insomma, rientrata dal solito check-up natalizio le notizie non sono state buone.
Devi fare una vita più regolare, m'hanno detto.
Devi mangiare di più, m'hanno detto.
Devi smettere di fumare, m'hanno detto.
Devi bere di meno, m'hanno detto.
Me l'hanno detto veramente preoccupati, preoccupati per i chili che non vengono recuperati e per i lividi che non si sa come faccio a farmi sparsi per tutto il corpo.
Mi sono sentita molto stanca, e triste, e con nessuna voglia di fare programmi per questo 2013.

Piuttosto mi sono guardata indietro.

Nel 2012,
ho preso un aereo e mi sono trasferita a Parigi per cinque mesi.
 Ho conosciuto/sopportato la Spora.
Mi sono fatta una fashion week con Gianluca.
Mi sono tirata un po' su.
Ho fatto foto inutili a parti inutili di questo mio inutile corpo, che adesso come adesso non è più buono neanche a farci l'amore.
Sono passata da un pacchetto di sigarette alla settimana ad un pacchetto al giorno.

Ho avuto la fortuna di vivere nella cità più bella del mondo.
 Ho preso qualche aereo, e qualche treno, di troppo.
Ho vissuto facendo, in poche parole, solo colazione. Colazione a tutte le ore.
Mi sono disinnamorata due volte, e innamorata altre due.
Ho smesso di usare i colori.
Sono tornata in Toscana.
Mi sono creata la Safe House perfetta e inviolabile.

E così via. 
Mi sono laureata, ho trovato nuovi amici, ho recuperato alcuni di quelli vecchi, ho smesso di vedere persone. 
Mi hanno fatto del male, ho fatto del male. 
Mi hanno fatto del bene, ho fatto del bene.
Ho smesso di credere in Dio, iniziato a credere al Caos, tentato di salvare e salvato vite di gente che non voleva essere salvata.
Spesso non ho capito un cazzo.
A volte la comprensione è stata così tremenda, immediata e assoluta che ho pianto.

Eppure, dopo tutto questo, ora. Dopo tutto questo, ora, non credo di sentire nulla.
Credo di sentirmi solo tanto stanca.

Charlotte

L'altra sera ero solo appena vagamente depressa - una cosa vaghissima, davvero, nulla di cui preoccuparsi. Per tirarmi su il morale il pomeriggio mi sono messa a guardare Melancholia  - se non l'avete mai visto e vi sentite in vena, qui - mentre correggevo/traducevo tutta la posta politica e lavorativa di mio padre. Subito dopo Melancholia è iniziato Black Swan, altra chicca slavifica per le mie tendenze suicide.
Sto divagando.

Dicevamo, Melancholia.
A me Charlotte Gainsbourg piace tantissimo. Fa parte della mia squadra di brutte-ma-fighe con cui mi consolo quando mi sento brutta e affatto figa.

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