Diario di una Snob - fashion, lifestyle, travel blogger from Tuscany, Italy: marzo 2013

Sei troppo inutile perché io possa rivolgerti la parola, mi limiterò a manifestare il mio disprezzo con una maglietta.

Lo so che amate i titoli dei miei post.
Mi sento particolarmente prolifica e idiota, in questi giorni, notate?
Dunque, parliamo di cose serie.
Sono diverse settimane che, attraverso i vari social, ricevo richieste di informazione su alcune t-shirt che mi avete visto indossare in giro. Mi avete assillato per sapere dove, come, perché.
Quelle geniali t-shirt sono prototipi creati dalla mia malefica mente per sopperire alla mancanza di t-shirt nerd/geek da donna con un modello base decente e con una grafica minimalista.
Ora, non c'è mai stata l'idea di commercializzare queste splendide creature, ma tali sono state le vostre pressioni che mi sono trovata a valutare la fattibilità della cosa.

Ma, naturalmente, senza di voi non muovo un passo.
L'idea era di scegliere una sola delle frasi, per iniziare, e fare qualche prova.
Che ne dite?

Manifestare il proprio disprezzo tramite una t-shirt. Come?
  
pollcode.com free polls 

Rendete nota la vostra opinione anche nei commenti, domandate quello che volete e ditemi quello che pensate: soprattutto se pensate che sia una cazzata enorme. Ok?

Del Web Marketing.

Dopo il post della Spo sull'argomento, una lettrice mi ha fatto una domanda sul mio nuovo giochino preferito, ask.fm.  

Ciao! Da lurker affezionata ti chiedo (dopo aver letto il lungo post della Spora): quanto di ciò che ci mostri è una "marchetta" e quanto è roba che effettivamente ti piace, che hai comprato tu, secondo il tuo gusto e coi tuoi soldi? Nessun intento polemico, solo curiosità. :) 

Mi è sembrato giusto scrivere qualcosina di più lungo in merito.

Credo che il post della Spora spieghi più che bene le dinamiche che ci sono dietro alle stretegie ideate da tutti i vari social media sticazzi - sostituire a sticazzi o strategist o specialist o examiner o editor, a seconda di quanto siete inutili voi, il vostro lavoro e la vostra pseudo-laurea presa alla IULM o alla Bocconi - e quindi non penso ci sia bisogno che io vi rispieghi tutto daccapo.


Dunque: già leggendo la sezione Etica di questo blog potete intuire un paio di cose. A differenza della tendenza generale, ovvero quella del divento blogger e avrò tante visite e le aziende inizieranno a regalarmi i loro prodotti e mi inviteranno alle sfilate e i giornali mi contatteranno per scrivere articoli e gli editori mi contatteranno per scrivere libri e STEVE JOBS RISORGERÀ DALLA TOMBA E MI REGALERÀ UN MACBOOK PRO CON DISPLAY RETINA! io ho aperto un  blog non perché volessi diventare famosa e/o ricevere oggetti gratuiti e inviti a sfilate ma semplicemente perché sono egocentrica, bisognosa d'amore e quando questo amore non lo trovo nella vita reale mi illudo di poter 
sopperire a questa mancanza nella vita virtuale.

Punto.

Ripeto: se volevo fare i soldi, andavo a fare l'odontoiatra con mia madre, non mi aprivo un blog. Questo blog non è nato come mezzo per alcuno scopo, era - ed è, nonostante i lettori siano aumentati - una safehouse dove farsi i cazzi propri in tranquillità, parlare male della gente della vita vera, scrivere due righe, confrontarsi su cazzate.
Per motivi a me sconosciuti e che sarei contenta fossero analizzati dai suddetti pseudolaureati della IULM, ho iniziato ad avere un certo seguito sia qui, che su twitter, che su instagram

Perché? Non lo so.
Mi fa piacere? Non lo so. Ho avuto la tentazione di chiudere tutto e riaprirne uno da zero, dove ritornare al sicuro come lo ero nei primissimi mesi del Diario. Dove se un giorno sto depressa e mi scappa scritto qualcosa di depresso, non devo beccarmi la filippica su come sono una ragazzina ricca e viziata e che dovrei andare a zappare la terra e che c'è gente fuori che non si può permettere i cibo, figuriamoci la psicoterapia e che dovrei essere grata ecc. ecc., il tutto da gente che non ha neanche mai visto la mia faccia.
(Il lettore che mi dice con precisione da dove è tratta l'immagine qua sopra meriterà la mia stima assoluta e nella remota eventualità mi metta a produrre le mie magliette antisociali se ne becca una.)

Ok, andiamo al sodo: quanto di quello che vedete è marchetta? Quanto non lo è?
Ho una terribile notizia per voi: quasi nulla, qua, è marchetta. E per marchetta intendo marchetta gratuita, perché di marchette pagate io non ho mai vista neanche l'ombra. E non voglio vederla. Quando avrò bisogno di più soldi di quelli di cui ora ho bisogno mi troverò un lavoro. Non cercherò di fare soldi qua. Fare la blogger, per me, non è un mestiere. Motivo per cui continuo a studiare per trovarmi, magari, un mio posto nel mondo dell'editoria o del giornalismo o dello sticazzismo, o anche qualcosa di più collegato, strettamente, al web e al web marketing, non so. Ma sicuramente: non qui.
Dicevamo, quindi, che la quasi totalità degli oggetti presenti in questo blog li ho ottenuti nella maniera più bassa e subdola: li ho comprati. E li ho comprati per dei motivi tremendi: mi servivano, o mi piacevano.
Da non crederci, vero?
Com'è possibile?
Ho più followers su twitter e più visite sul blog e un alexa rank e un bounce rate più basso di tanta gente che riceve pacchi di roba tutti i giorni e smarchetta senza un ritegno, addirittura copiando il comunicato stampa senza neanche guardarlo, eppure, in proporzione, ho meno contatti.
Sapete perché? Dico troppe parolacce, non faccio outfit post, non ti assicuro il post conseguente all'invio prodotto, anzi: se il prodotto mi fa cagare e tu vuoi inviarmelo io ti dico proprio di no. Non pubblico i comunicati stampa che le agenzie pubblicitarie mandano per sondare il terreno: se invece pubblichi, dopo un po', di solito, ti meriti o un invito a qualche evento o qualcosa da recensire.

Mi dispiace essere esclusa da questo giro?
No.

Casi noti di marchette su questo blog: il più evidente è la Lelo, su cui comunque devo spiegare due o tre cose. La Lelo, per un periodo, mi ha spedito prodotti perché io, con i miei tempi e con i miei metodi, li recensissi. Quello che molti non sanno non avendo iniziato a seguire il blog dall'inizio è che io avevo già recensito un paio di prodotti Lelo, comprati di tasca mia - le Luna Beads e Alia - e soltanto di conseguenza a quei post i loro PR mi hanno contattata e chiesto se ero interessata a ricevere i prodotti. Mi hanno chiesto se volevo avere gratuitamente dei prodotti di una ditta di cui già ero una grandissima fan, e su cui già avevo scritto tre/quattro post senza che nessuno mi chiedesse niente. (Il primo post sulla Lelo è del Luglio 2011. Avevo venti lettori e tre visite al giorno. Il twitter me l'ero fatto da tre mesi.)
Sta succedendo qualcosa del genere con la BeChic: ho comprato - sì, comprare, quella cosa che fai nei negozi con i soldi - la loro Crema della Buona Notte, mi è piaciuta un sacco, l'ho scritto su instagram e su twitter. Senza che loro ne sapessero niente, o me lo avessero chiesto. Se ne sono accorti, e mi hanno inviato altri prodotti da provare. Anche qui, il prodotto a cui faccio le "marchette", se marchette le volete chiamare, è un prodotto che io ho scelto, e non viceversa.
(No, la Marvis non mi regala nulla.)
Altro caso, diverso, riferito a questo post: Sunglasses Shop mi ha chiesto se volevo ricevere diverse paia d'occhiali e farci dei post. Io ho detto chiaramente che non faccio post a comando: loro sono liberi di mandarmi un prodotto, io sono libera, se mi piace, di condividerlo. Sono stati fortunati, perché m'hanno mandato degli occhiali grigi e io mi son divertita a fare un post di still life tutto in grigio (le WeSC: comprate; lo smalto: rubato alla Ste; l'unico prodotto che è stato regalato sono gli occhiali, ed è chiaro dalla scritta courtesy of). In questo caso, però, sono stati loro a non ritenersi soddisfatti perché volevano assolutamente che io facessi un outfit post - soltanto una digital pr stupida come una capra potrebbe insistere nel volere da me un outfit post. A quel punto ho detto al genio: senti, bimba, gli altri occhiali da sole tienteli, io non so che farmene, anzi, se vuoi ti rimando pure questi ma non scassarmi la minchia. 

Fatemi pensare a cos'altro. Ah, sì. La Spora mi ha rimediato una tee di Evernote, sponsor del tour, e mi ci sono fatta una foto. Sono andata ad una presentazione Cruciani e m'hanno regalato un braccialetto. 
La mia vita di marchette finisce qui, mi sa.

Ecco, c'è un'altra cosa: tutti i link ai libri che metto sui post dei 52 Libri sono collegati all'affiliazione Amazon. Questo significa che se comprate quel detto libro cliccando sul link presente nel mio post, io ho diritto ad una percentuale irrisoria. Dopo ben cinque post sono arrivata, tipo, ad un euro e settantotto. Sono una persona moralmente bassa, a cercare di fare soldi dai miei lettori così. Terribile.

Spero di aver chiarito i vostri dubbi.

P.S.: Questa domanda mi è stata fatta spesso nei mesi passati, quindi prendo l'occasione per rispondere. Molti di voi si sono trovati a provare/comprare i prodotti della Rigoni di Asiago di conseguenza alle foto delle mie colazioni. No, neanche la Rigoni di Asiago mi paga. E neanche mi manda i prodotti aggratis - cosa che, Rigoni di Asiago mia carissima, potresti fare, che io ho un amore infinito per te, le tue marmellate, la tua Nocciolata e il tuo miele.

Con questo ogni dubbio in merito alla mia purezza etica dovrebbe essere stato eliminato. Vi amo e vi abbraccio.


 



#5 - Mine-Haha ovvero Dell'educazione fisica delle fanciulle

Mi sa che ho letto qualche altro libro prima di questo, sto perdendo un pochino l'ordine cronologico.
Ma tanto non è importante, no?


Questo libro m'ha creato qualche problema. So che c'è qualcosa sotto, ma non sono riuscita a capire cosa. C'è un saggio, alla fine del volume, che sicuramente potrebbe aiutarmi a capire meglio, ma per ora non ne ho voglia: piuttosto, se qualcuno di voi l'ha letto, mi faccia sapere che ne pensa.

Anal Baricco

Avrei potuto intitolare questo post come gli altri post di miscellanea provinciale precedentementi scritti - qualcosa con "Provincia" di mezzo - ma ho preferito affidarmi a questi insulsi dadaismi, sempre nella speranza che qualche esperto di SEO trovi il mio blog e si senta male.

Come sempre in periodo di festività cristiane, mi trovo nella Provincia Torbida (cit. Nerorimmel).
Non ho nulla da fare a parte leggiucchiare le mie slide di fondamenti di informatica e il mio manuale di programmazione in C. Mantengo la stasi compatta, resto lunga a letto. Apro la finestra della mia camera nonostante il freddo, mi siedo sul davanzale, lascio che i piedi nudi si appoggino ai pannelli solari. Guardo il supermercato, a circa un chilometro da me.
Non ho assolutamente un cazzo da fare quindi vado dall'estetista a farmi fare la ceretta. O meglio, a farmi i cazzi di mezzo paese.
"Quell'amica vostra, lì, quella che veniva alle elementari con voi."
La mia estetita usa questo plurale generazionale.
"Quella che la madre fa la maestra. Quella bruttina."
"Dici Betta?"
"Sì, ecco, Betta."
"Eh. Betta. Betta cosa?"
"Ah, non lo sai? Ha un figlio."
Ecco. Tu torni in paese e ogni tanto qualcuno figlia. Così. Non proprio in modalità immacolata concezione ma quasi. Nel senso. Hai ventiquattro anni. Un figlio. Boh. Sarà che io ad un figlio, a parte leggergli le favole e le storie e altre cose fighe, non saprei che fargli fare. E sarà che quando alla Chia' ho chiesto se ci prendevamo un gatto, così, per avere un po' di compagnia, lei ha risposto: "Viola, direi che come animale domestico basti tu."
Vassalla maleducata e irriverente.
Insomma, un figlio. Mah.
Per fortuna ci sta lo strappo di cera ad altezza interno coscia che mi evita di pensare.
"Sotto faccio pulito?"
"Sì, sì."
"Ma allora faccio pulito anche sopra?"
"No no, sopra no, eh?"
"Perché no? Mica ti fa più male che sotto."
"Sì, ok, ma ho bisogno di un appiglio visivo."
"Di un che?"
"Di un appiglio visivo. Il liscio assoluto in stile tundra mi mette ansia."
"Ah."
"..."
"Ti piace il Papa nuovo?"
Sì, sono una donna a cui il risultato di una ceretta inguinale mette ansia. Sì, sono una donna la cui estetista, durante la suddetta ceretta inguinale, parla del Papa.
"Secondo me è un illuminato."
Non ho capito se la I era maiuscola o minuscola.

Questi sono i momenti più elevati delle mie giornate trascorse qua. 
Alla ricerca di un po' d'eccitazione virtuale mi sono messa a riguardare qualcosina del layout del blog e ho cliccato casualmente sul link polveroso di Formspring. Naturalmente nessuna domanda, ma una news: Formspring chiude tra dieci giorni.
Sticazzi, tanto non è che lo abbia mai utilizzato un granché, eh.
Nessuno mi domanda niente, a nessuno gliene fotte un cazzo di me.
Cancello la sezione FAQ e amen.
Mi ero decisa a cancellare tutto quando mi è presa l'indecisione, ho pensato che non è detto che se nessuno ti ha mai domandato nulla per ben due anni significa per forza che continuerà così, no? Magari dovrei trovare ai lettori - guardate quanto sono brava, penso sempre a voi - un'alternativa.

Quindi mi sono fatta ask.fm.
In ventiquattro ore ho ricevuto più domande su ask.fm che in due anni su formspring.
Domande che spaziando dalle mie opinioni sull'anal, alle mie opinioni sul Papa nuovo - ancora? - alla mia sigaretta elettronica a D'Annunzio a Baricco ecc. ecc.

Dove cazzo siete stati tutto questo tempo?
(Bravi, fatemi passare tempo che mi annoio tanto.)

If I was a flower growing wild and free, all I'd want is you to be my sweet honey bee.

Non potete negare io abbia una certa abilità nel dare ai post titoli che non c'entrano una beneamata minchia con il resto e che qualsiasi esperto di SEO mi boccerebbe nel giro di due secondi.


Una vita da bagaglio da cabina RyanAir.
Con gli stessi vestiti ho dovuto guidare un furgone, andare a feste, interviste, conferenze, sfilate, appuntamenti, cene, aperitivi, dormire in hotel dalle stelle indefinite - da zero a sette circa - e a volte anche nel divanoletto di qualcuno, nella camera degli ospiti di qualcun altro. Con i miei vestiti ho fatto: Siena Livorno Firenze Milano Livorno Firenze Milano Torino Milano Milano Milano Marche, poi chissà.
Il tutto, ripetiamo, in 55 cm x 40 cm x 20 cm. Due paia di scarpe incluse.
Il mio guardaroba è già ridotto all'essenziale, in poche parole ho una divisa composta da sei/sette pezzi in bianco e nero.
(A proposito: continuo a ricevere mail interessate alla maniera in cui mi vesto. Siete seriamente interessati alla maniera in cui mi vesto? No, non vi sto chiedendo se vi interessano i miei outfit post, Dio ce ne scampi e liberi, non avrete mai outfit post dalla sottoscritta. Perché non sono fotogenica e amen. Quello che voglio sapere è se effettivamente vi interessa sapere come si fa a vivere con pochi vestiti.)
Non sapendo dove altro levare volume ho iniziato a sottrarre anche dal beautycase.

Quando giri con poco più di un pezzo di sapone di Marsiglia nel beauty - ok, sto esagerando, scherzo - c'è da aguzzare l'ingegno e cavarsela con quello che la natura ti offre. Stile boy scout urbano.
E uno degli elementi/alimenti più facili da trovare in giro è lui.

Sì, esatto. Il miele.
Un tempo - tipo, dieci anni fa - se volevi prenderti un tè/caffè/cappuccino da qualche parte avevi due possibilità: o te lo prendevi nero, o ci mettevi lo zucchero bianco. Punto.
Lentamente i bar nostrani si sono abituati a venire incontro ai gusti più assurdi, quindi ora, anche nel bar di provincia più sfigato, troviamo minimo cinque/sei prodotti: zucchero bianco, zucchero di canna, fruttosio, aspartame e lui. Il miele.

[Ringraziamo il Westin di Milano che ci ha rifornito - ahem - a vita di minibarattoli di Miele Rigoni di Asiago.]

Ci sono diecimila motivi scientifici e chimici per cui il miele è il vettore dei tanti miracoli cosmetici qua sotto descritti, ma non ho voglia di scriverli quindi, ecco, prendete le mie parole per buone e non scassatemi le palle. Tanto, male non fa. Questo è quasi sicuro. A meno che non siate allergici al miele alle api alla pappa reale e a tutto l'universo apiculturistico. Insomma, come al solito non mi prendo responsabilità.

♥ Struccante: lo so che non ci credete, invece è così. L'ho letto qui, poi ho provato e wow. Il miele funziona benissimo come struccante. Anche per il mascara. Certo, se per voi "make-up" significa "quattro dita di stucco", allora forse il miele non fa al vostro caso. Ma se come me non esagerate, potete usarlo tranquillamente. Come? Inumidite il viso con un po' d'acqua calda e poi applicate un po' di miele (circa un cucchiaino o una delle classiche dosi in bustina da bar) con le dita, massaggiando ben bene per un tre-quattro minuti. Sciacquate. Che v'ho detto? Funziona.

♥ Maschera Viso: spalmate la dose standard per tutto il vostro bel faccino e tenetecelo per una mezz'oretta. Vedrete che fa bene un po' a tutte, dalla pelle grassa alla pelle secca. Se vi sentite creative e già siete nella modalità apro-la-credenza-e-mi-spalmo-la-roba-in-faccia-illudendomi-di-essere-in-una-SPA potete anche utilizzarlo aggiunto ad altro, ma per me così, puro, è già perfetto.

♥ Lip Gloss: se siete capaci di spalmarvi del miele sulle labbra e non leccarvelo via nel giro di mezzo minuto, potrete apprezzare le proprietà emollienti, umettanti e cicatrizzanti del miele anche qui. Pellicine e taglietti addio nel giro di due-tre applicazioni da mezz'oretta. SE resistete.

Scrub: Per questo abbiamo bisogno di affrontare la selvaggia natura urbana per trovare un altro ingrediente: lo zucchero. Con lo zucchero ed il miele rubati in un bar potete creare lo scrub definitivo, che va bene tanto per il viso e per le labbra quanto per il corpo al variare delle quantità.

Aspirina: Può anche essere utilizzato come ingrediente aggiuntivo, per le pelli più sensibili in particolare, a questa.

Certo, naturalmente potete portarvi dietro altri tre/quattro barattoli da 250 ml l'uno contenenti i prodotti di cui avete bisogno e che occuperanno interi metri quadrati nella vostra valigia. Oppure fare come me: portare l'indispensabile e poi, per le voglie in stile SPA, cavarsela rubando un paio di barattolini di miele alla colazione dell'hotel. Posto occupato in valigia zero e poi è tutto ecobio.
 


Motivational Monday #7

Più Motivational Tuesday, magari, ma non stiamo a fare i pignoli.


Sono stati giorni difficili, più di quello che voi possiate credere.
Stai a qualche passo del dolore altrui e soffri di dolore riflesso e non sai che fare e te ne stai zitta.

Ogni mattina tutti quelli che ti hanno incontrato si svegliano col cuore più forte, e anch'io con loro. Sappiamo che è una specie di tua benedizione.

Oggetti.

Per motivi che mi sono completamente sconosciuti, da qualche tempo ho ricominciato a ragionare sul mio rapporto con le cose. Quando per la prima volta sono entrata in contatto con il concetto di minimalismo come filosofia di vita - attraverso minimo -  ero una shopaholic/hoarder incapace di fare un giretto di mezz'ora entrare in un negozio a comprare qualcosa e che si trovava in difficoltà se costretta a buttare via anche roba completamente inutile, perché - frase nota - "non si sa mai, tutto può tornare utile".
Be', la situazione è certamente cambiata: costretta a vivere in uno studio di diciassette metri quadrati, mi sono abituata velocemente a vivere con meno roba, ad evitare di comprare, a buttare via quello che doveva essere buttato. In un periodo di circa un anno, un anno e mezzo, ho eliminato completamente i colori dal mio armadio ed eliminato poi, forse esagerando un po', l'armadio stesso.
Gli unici vizi concreti, a livello d'acquisto, sono rimasti i libri e le scarpe.
Il mio rapporto con gli oggetti è cambiato, ma ancora non riesco a capire in che maniera: lontanissima dalla spiritualità e assenza di desideri materiali che qualcuno potrebbe immaginare come meta finale di un percorso come il mio, mi trovo ancora ad avere una passione anche eccessiva per gli oggetti. Non per tutti indiscriminatamente, solo per certe cose belle che sono quasi opere d'arte, ma il materialismo non m'ha abbandonata. Anzi resto della convinzione che le persone tradiscano, muoiano, ti abbandonino e che il rapporto con loro porti molto più dolore e meno piacere di quanto un rapporto con un oggetto possa portare.

Non so dove voleva andare a parare tutto questo discorso, boh.
Voialtri, là fuori, che siete sempre così pieni di stimoli intellettuali: facciamo un po' di conversazione virtuale sui massimi sistemi.


Houellebecq scosse il capo, allargando le braccia come se entrasse in una trance tantrica – era, più probabilmente, ubriaco e tentava di assicurare il proprio equilibrio sullo sgabello di cucina su cui si era accovacciato. Quando riprese la parola, la sua voce era soave, profonda, piena di emozione ingenua. "Nella mia vita di consumatore," disse, "avrò conosciuto tre prodotti perfetti: le scarpe Paraboot Marche, il portatile con stampante integrata Canon Libris BN 750 (laptop + stampante), il parka Camel Legend. Questi prodotti li ho amati, appassionatamente, avrei trascorso la vita senza separarmene mai, riacquistando regolarmente, man mano che si usuravano, prodotti identici. Si era stabilito un rapporto perfetto e fedele, che faceva di me un consumatore felice. Non ero assolutamente felice, sotto ogni punto di vista, nella vita, ma almeno avevo questo: a intervalli regolari potevo riacquistare un paio delle mie scarpe preferite. È poco ma è molto, soprattutto quando si ha una vita intima abbastanza povera. Ebbene, questa gioia, questa gioia semplice, non mi è stata lasciata. I miei prodotti favoriti, dopo qualche anno, sono spariti dalle scaffalature, la loro fabbricazione è stata sospesa punto e basta — e nel caso del mio povero parka Camel Legend, senza dubbio il più bel parka mai prodotto, avrà vissuto una sola stagione..." Grosse lacrime cominciarono a rigargli il volto lentamente; si versò un altro bicchiere di vino. "È brutale, sa, tremendamente brutale. Mentre le specie animali più insignificanti impiegano migliaia, talvolta milioni di anni a scomparire, i manufatti vengono cancellati dalla superficie del globo in pochi giorni, non viene mai concessa loro una seconda possibilità, non possono che subire, impotenti, il diktat irresponsabile e fascista dei responsabili delle linee di prodotti che sanno naturalmente meglio di chiunque altro che cosa vuole il consumatore, che pretendono di cogliere un'attesa di novità nel consumatore, che in realtà non fanno che trasformare la sua vita in una ricerca estenuante e disperata, in un errare senza fine fra esposizioni di merci eternamente modificate.

{Michel Houellebecq, La Carta e il Territorio - kindle}

This part of my life is called "pause".

Mi sveglio alle sette.
Apro la finestra.
Faccio le flessioni.
Mi faccio la doccia.
Faccio colazione.
Prendo la Polo e per un'ora vado, vado, vado.
Passo sei ore a farmi spiegare il codice binario. I linguaggi di programmazione.
Nelle pause mi siedo sulle scale, fumo una sigaretta che puntualmente scrocco a qualcuno, leggo qualcosa. Sto leggendo molto, e dovrei esserne felice.
Prendo la Polo e torno a casa.
Vado alla Feltrinelli a comprare i libri che mi servono. Oggi ho preso un manuale di programmazione in C, una copia di Caramelo della Cisneros da regalare a un'amica e una raccolta di scritti di Ludwig Mies van der Rohe. Il commesso mi ha guardato un po' perplesso, come a tentare di capire da che parte stavo.
Torno a casa.
Mangio, mi faccio la doccia, dormo.
La mia vita s'è trasformata in una routine perfetta, un algoritmo volto a tenermi occupata e non farmi pensare. Spesso il cellulare si scarica e io lo lascio fare. Non sento il bisogno di nessun tipo di vita, né quella reale né quella virtuale. 
Voglio limitarmi a fare quello che devo fare e passare il resto del tempo ad essere assente, a concentrarmi, a tendermi in silenzio riscaldando i muscoli, in preparazione ma non in attesa di quello che verrà.

Huitzilopochtli



...ora vorrei sapere come mai vinto non hai, eppure non sei morto, e al posto tuo è morta tanta gente che non voleva né vincere né morire?

#4 - Confessioni di una Maschera

Sì, lo so. Ho passato il tempo a scassarvi i maroni, chiedendovi che libri comprare e leggere, e alla fine sto leggendo il checcazzomipare.
Ma non lo sto facendo con cattiveria, eh, no.
Solo che mi sono resa conto di avere una quantità impressionante di libri non letti che giacciono bisognosi e orfani su mensole e scaffali, quindi.
Tipo questo. Me l'ha regalato nel 2009 - 2009. Sono passati quattro anni. Com'è successo? - il mio ragazzo dell'epoca. Neanche aperto, fino a qualche settimana fa. 
Ora, invece, sono profondamente innamorata di Mishima e mi leggerei di tutto e raccatto immagini e video per mezzo web.


Se avete una mezz'oretta libera guardatevi YUKOKU, il corto scritto e diretto da Mishima che la vedova, dopo il seppuku del marito, aveva tentato di far scomparire dalla circolazione dando fuoco a tutte le copie. Solo nel 2005 si sono miracolosamente ritrovati i negativi originali.

Peanut Butter Cookies

No, no, no.
Non ho iniziato a fare la food blogger, non temete. Anzi, le food blogger in certi contesti mi stanno anche un po' sul cazzo. Insieme a Masterchef e tutta questa fissa alimentare midcult degli ultimi tempi. Per quale specifico motivo, poi, non so - di base, lo sapete, mi sta sul cazzo tutto quello che va un po' troppo di moda - e tutta 'sta gente che un tempo passava le serate a scongelare le Pizze Bella Napoli Buitoni e adesso, tutto d'un tratto, son tutti chef stellati. Mah.

In parecchi m'avete chiesto la ricetta di questa schifezzuola da proletariato americano, e chi sono io per negarvela?

Qualche premessa.
Questa ricetta è così ridicolmente semplice che mi vergogno quasi a scriverci un post. Proprio a prova di imbranati in cucina. Riesco a farli anche io. Ok, un paio di volte mi si sono bruciati. Ma solo un paio di volte.
C'è un altro problema fondamentale: se vi piace il burro d'arachidi, è amore. Se vi fa cagare il burro d'arachidi, è odio. Anche perché il burro d'arachidi rappresenta tipo circa il 60% della massa totale del biscotto.
Quindi, se non vi piace il burro d'arachidi, fuggite. Non siete degni.
Ecco.
Dicevamo.
La ricetta è vergognosamente semplice, la parte più drammatica del tutto, è, probabilmente, reperire il burro d'arachidi. Curiosamente, qua a Siena - probabilmente per l'alto numero di mmerigani presenti per motivi che spaziano dall'ubriacatura molesta allo studio dell'arte medievale - lo trovo pure al Conad vicino casa. Quindi non provo neanche l'ebrezza della ricerca dell'ingrediente esotico.
Per quanto semplice possa essere 'sta cazzo di ricetta, non me la sento neanche di fingere d'averla inventata io, no: l'ho reperita da Bakerella, questa food blogger americanissima che produce roba grassa, colorata e americanissima. Dalla quale ho rubato anche le foto del procedimento qua sotto, perché son troppo pigra per farne.
Allora, iniziamo.
I tre ingredienti:
♥ una tazza di Burro d'Arachidi, non il crunchy ma lo smooth. A me piace lo Skippy. Anche perché è l'unico che si trova alla Conad sotto casa.
♥ mezza tazza di zucchero
♥ un uovo
Ecco, vedete? Complicatissimo. La parte più complicata per un europeo continentale, in questo caso, è capire cosa si intende per "tazza". Vi semplifico subito la vita: prendete il bel barattolo di Skippy e lo svuotate in una ciotola. Riempite a metà il bel barattolo di Skippy - ormai vuoto - con lo zucchero, e rovesciate anche questo nella ciotola. Rompete un uovo e - indovinate? - buttate anche quello nella ciotola. TA-DAN! Proporzioni perfette.
Penso non ci voglia un genio della culinaria per capire che adesso c'è da rimestare il contenuto della ciotola finché il tutto non ha una certa parvenza di omogeneità.
Omogeneo?
Ecco, perfetto.
Schiaffate tutto in frigo per una mezz'ora. Fatelo, vi semplificherà enormemente la vita nello step successivo. Intanto date un'accesa al forno, mettetelo a 180°.
Dopo la mezz'ora al freddo e al gelo, recuperate la ciotola arachidosa e iniziate, con le vostre abili manine, a produrre delle palline di dimensioni medie. Se avete passato almeno una mattinata d'asilo a giocare col Didò potrete farcela senza particolari problemi. Se non ne siete capaci e il Didò non ve lo hanno mai lasciato perché eravate i classici bambini che ingerivano tutto quello che veniva messo in mano, cercate "fare palline col Didò" su Youtube. (Ok. Ho appena cercato "fare palline col Didò" su youtube e mi è uscito questo come terzo risultato. Perché?Lo so, lo so. Sto divagando.)
Dicevamo: fate delle palline, adagiatele sulla teglia con la carta da forno ad una certa distanza l'una dall'altra e schiacciatele con una forchetta prima in orizzontale poi in verticale, per far venire una gradevole quadrettatura sulla superficie del biscotto.
Siamo ora pronti a infornare. Per 15-20 minuti circa.
Forse questa è la parte vagamente problematica del tutto.
Capire esattamente quando tirare fuori 'sti biscotti. Perché voi ogni tanto gli darete un'occhiata dal vetro, proverete a dargli un colpetto con un dito o con uno stecchino... e questi saranno ancora morbidissimi. Niente a che vedere con la classica solidità di un biscotto. Non temete e tirateli fuori comunque. Nel giro di cinque minuti all'aria aperta gli arachidosi raggiungeranno la giusta densità biscottosa.

Fatto. Finito.
I biscotti più semplici del mondo.

Se vi sentite in vena di roba seria, potete anche sciogliere a bagnomaria del cioccolato ed immergerceli. Ma se proprio, non lo so, c'avete a cena Anton Ego. Altrimenti lasciate perdere che son buoni anche così. Anzi, se volete goderveli belli arachidosi, mangiateli senza null'altro.



#3 - Pet Sematary

Non pensate che, mentre latito felicemente nel Mondo Reale, abbia accantonato il proposito dei Cinquantadue Libri. Sto leggendo, invece, come un'ossessa.
Mentre ero a Milano con la Spo ho rimediato un libro del Re che ancora non avevo letto. Finito in tre ore di treno.

Che dire. La laurea in Lettere m'ha levato il gusto di leggere tantissima roba, ma non è riuscita a levarmi Stephen King.


Be still.

Sì, lo so, lo so.
Sono assente su Twitter, assente sul blog, non poi così assente su Instagram perché un'immagine vale più di mille parole e il mio egocentrismo non può essere placato così facilmente.
Dopo tutto il delirio da Fashion Week / Social Media Week / Sticazzi Week e conseguente settimana di pausa, meditazione e decompressione passata in Provincia - passata, nello specifico, in posizione orizzontale o a letto o nella vasca da bagno - ho infine ripreso possesso di quella che dovrebbe essere la mia Vita Vera, ovvero quella senese.

Quindi, se ho appeso il web al chiodo per qualche giorno è stato solo per riprendere confidenza con questo stile di vita da cui ero assente, per un motivo o per l'altro, da più di un mese.

La prima ripresa di contatto è stata quella con le mie coinquiline. A cui voglio bene e adoro e che non cambierei per nulla al mondo eccetera eccetera, ma che sono un perenne memento di come tutto è relativo e non ci sono certezze di alcun tipo. 
Per esempio:  la Chia' ha comprato una tovaglia per la cucina. E fino a qui, direte voi, nulla di particolarmente sconvolgente. La tovaglia è di un qualche tessuto plasticoso e ha degli enormi girasoli gialli e verdi stampati sopra. E qua arrivano i problemi, o meglio: le occasioni per svolgere delle interessanti analisi sociologiche. Il mio gusto è terribilmente turbato da questa tovaglia, così come da tutti gli oggetti colorati e con fantasie dozzinali di uso comune. Mi sfugge il bisogno di mettere dei girasoli su di una tovaglia. Mi chiedo perché la meravigliosa semplicità di una tovaglia monocroma venga così ignorata dal mercato mondiale. (Come, ma forse l'argomento merita un intero post a parte, non capisco per quale cazzo di motivo le fabbriche di spazzolini da denti impegnino tante energie per farli così brutti e colorati. Non capisco. Perché?) 
"Sapevo che non ti sarebbe piaciuta."
Eh. Allora perché l'hai comprata?
"Ma è comoda, è di questo tessuto / non tessuto plasticoso, si pulisce in un attimo."
La comodità opposta all'estetica.
La battaglia di una vita intera. E sono perennemente destinata alla sconfitta.
Altro esempio: ho deciso di rifarmi una piccola scorta di vino da tenermi tanto per pasti solitari quanto per eventuali cene. Un periodo tenevo sempre tre-quattro bottiglie da parte, poi dopo un periodo d'alcolismo piuttosto distruttivo in cui diverse serate erano state passate con la sola compagnia di certe bottiglie di Chardonnay e del Poeta ed erano degenerate in terribili hangover - tra parentesi, lo volete il post Come sopravvivere ad un hangover? - avevo deciso di smettere di bere, almeno in casa. Circa due anni dopo, uscita definitivamente dal periodaccio, direi che posso ricominciare a tenere qualche bottiglia in casa senza rischio. Da questo mio desiderio consegue la necessità - ne-ces-si-tà - di comprare, giustamente, mezza dozzina di calici da vino. 
La Chia' non sembra convinta.
Insisto con garbo: "Dai, anche tu, quando fai le cene qua a casa, non ti senti in imbarazzo nel dover servire il vino nei bicchieri da acqua?" 
"No."
"No?"
"No. Che imbarazzo. Non cambia niente."
C'è un mondo intero che serve il vino nei bicchieri da acqua senza problemi, ed io non lo sapevo. 
Boh. Ve l'ho detto, più che sconvolta sono... non so. Non sono sconvolta, no, né turbata. Sono piuttosto affascinata dalla relatività del mondo, ve l'ho detto.
Per loro altre attività o oggetti che a me sembrano del tutto superflui sono vitali. Tipo, la pentola a pressione.
(Sì, non essendo ancora iniziato il master passo il tempo a fare meditazione antropologica su queste cazzate. Eh. Che ci volete fare.)

Altra ripresa di contatto: la Biblioteca.
Non posso più ritirare i libri dalla Biblioteca. Perché la mia iscrizione è ancora in fase di elaborazione e, insomma, non risulto iscritta e non ho un badge e non posso ritirare i libri in Biblioteca. Invece di tentare d'affrettare la procedura in qualche segreteria, passo il tempo a lamentarmene presso i Bibliotecari, che arrivati al sesto anno di sopportazione della sottoscritta, ormai, si limitano ad ignorarmi. Quindi mi limito ad utilizzare i badge delle mie bistrattate coinquiline per prendere i libri, per ora, ecco.

Poi, cos'altro. Siamo nel periodo che ho sempre definito Primavera Senese. Temperature miti, vento, pioggia che ti prende senza che tu neanche te ne accorga. Umidità ovunque, e a volte le vie sanno delle catacombe di Parigi o forse sono le catacombe di Parigi che sanno di Primavera Senese, chi lo sa. Ho la fortuna di vivere in una cittadina dalle viuzze strette, quando le contradaiole stendono i panni ad asciugare l'odore del sapone rimbomba lungo i muri delle case e te lo senti ovunque.

Motivational Monday #6


Tra gli altri lo aveva scritto Sartre nelle Parole.

Can't you see that it's just rainin'? There ain't no need to go outside.

Certi giorni non ho proprio voglia di vivere, né la vita reale né quella virtuale.
Ma questa non-voglia non ha nulla di negativo - è una stanchezza strana, primaverile - più che un bisogno di riposo un non-bisogno di tutto il resto.
Preferisco le banalità confortanti a molto altro - sto passando questi giorni ad assicurarmi che i miei pochi vestiti siano ben piegati, che le tende della mia finestra siano ben lavate, bianche lucenti, pronte per il sole che verrà.
E - sì, sarò noiosa - la mattina, prima di andare in biblioteca, rifaccio il letto. La sera torno presto a casa e mi ci infilo dentro, e studio ancora un po'.
Studio come facevo ai tempi del Poeta, senza scopo e al contempo con assurda metodicità.
Impilo i libri letti agli angoli della stanza, aspettando qualcuno che mi chieda che libri sono.

Vorrei poter riuscire a condividere questa strana calma qua, che attende non so cosa ma lo fa senza nuvole o premonizioni.


Can't you see that it's just rainin'?
There ain't no need to go outside.


But baby, you hardly even notice when I try to show you,
this song it's meant to keep you from doin' what you're supposed to,
Wakin' up too early - maybe we could sleep in.
I'll make you banana pancakes, pretend like it's the weekend now.

And we could pretend it all the time.


Can't you see that it's just rainin'?
There ain't no need to go outside.


But just maybe, Hala ka ukulele, mama made a baby,
I really don't mind to practice, 'cause you're my little lady.
Lady, lady love me, 'cause I love to lay here lazy.
We could close the curtains pretend like there's no world outside
- and we could pretend that all the time.


Can't you see that it's just raining?
There ain't no need to go outside.
   

Ain't no need, ain't no need.
Can't you see, can't you see?

 

Rain all day and I don't mind.
 

The telephone singing, ringing, it's too early - don't pick it up.
We don't need to - we got everything we need right here and everything we need is enough.
It's just so easy when the whole world fits inside of your arms.

 

Do we really need to pay attention to the alarm?
Wake up slow, wake up slow.

 

But baby, you hardly even notice when I try to show you,
this song It's meant to keep you from doin' what you're supposed to,
Wakin' up too early - maybe we could sleep in.
I'll make you banana pancakes, pretend like it's the weekend now.

 

Can't you see that it's just rainin'?
There ain't no need to go outside.
  Ain't no need, ain't no need.
 

Rain all day and I really, really, really don't mind.
 

Can't you see, can't you see?
We've got to wake up slow.


Motivational Monday #5

 
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Ho condiviso letti con l'umanità intera.

Ho condiviso letti con l'umanità intera.
Gente che non conosci e incontri, di fretta, in un areoporto o in una stazione - o nella hall di un hotel.
A volte sono dei matrimoniali, e dovreste vedere l'attenzione con cui ognuno mantiene i propri spazi, l'infinito rispetto che tutti noi abbiamo per la solitudine altrui.

Una volta c'era questa ragazza bellissima. Forse era di quella bellezza che piace più alle donne che agli uomini, non so. A me sembrava stupenda, e nell'infilarmi nel suo stesso letto mi sentivo terribilmente inedeguata.

Appena si spengono le luci i limiti sociali si affievoliscono, da persone vagamente conosciute si ritorna sconosciute e quindi amiche, le remore e le vergogne mentre punti gli occhi contro il soffitto, nero, se ne vanno - evitare di parlar d'amore, come solo le donne quando sono assieme sanno fare, diventa impossibile.

"Io, sai, sono stanca. Stanca di far finta che non mi interessi. Stanca di far finta che non sia poi così importante. Stanca di far credere di non essere poi così innamorata." 
Era una ragazza bellissima, e l'uomo che le stava accanto l'aveva fatta morire di fame - farti morire di fame d'amore, è una cosa che gli uomini fanno terribilmente bene.

"Io, ho ventotto anni." La stanchezza nella voce aveva secoli di più. "Ho tanto amore da dare. Ho troppo amore da dare. Non voglio tenerlo nascosto. Non voglio che vada sprecato."

Ho resistito alla tentazione di abbracciarla.
Abbiamo parlato per altri dieci minuti, qualcosa così. Poi ci siamo date le spalle, abbiamo tentato di dormire.

Erano le quattro di notte. In ventiquattro ore avevo preso taxi, pullman, treni, aerei. Ero sfinita.

Eppure ho trovato il tempo per piangere un po', in silenzio, per l'umanità intera.

#2 - Il Mestiere di Scrivere

In una libreria di Siena che ormai è chiusa avevo ordinato, per il Poeta, il Meridiano di Carver. Era la nostra maniera di vivere: lui pagava i pranzi, le cene, il vino; io, lentamente, tentavo di realizzare il suo sogno di farsi tutta la raccolta. Il Meridiano probabilmente è arrivato, ma noi avevamo già smesso di parlarci. 
La libreria ha chiuso. Al suo posto hanno messo un negozio di macchine fotografiche. Hanno levato tutti gli scaffali: solo i soffitti, affrescati, sono rimasti gli stessi.

Stavo cercando qualcos'altro ma a Milano, nella Mondadori dove sono entrata con un po' di schifo e con la solita solitudine mia, non c'era altro. L'ho preso e ho pagato. L'ho letto nelle pause sui tram e sulla metro, aspettando il cameriere al tavolo, aspettando qualcuno seduta in qualche bar.

Alcuni dei saggi presenti li avevo già letti altrove - non so dove - altri no.
Comunque è confortante vedere che certi meccanismi sono gli stessi.

O'Connor sostiene che quando si siede a scrivere un racconto, la maggior parte delle volte non ha idea di dove arriverà. Inoltre dice che secondo lei molti altri scrittori non sanno dove andranno a finire quando cominciano qualcosa. Come esempio del modo di mettere insieme un racconto di cui non avrebbe mai indovinato il finale se non quando vi fosse arrivata, usa il suo Brava gente di campagna
“Quando ho cominciato a scrivere quel racconto non sapevo che a un certo punto ci sarebbe stata una laureata con una gamba di legno. Mi sono semplicemente ritrovata una mattina a descrivere due donne che conoscevo un po' e, prima che me ne rendessi conto, ecco che avevo attribuito a una di loro una figlia con una gamba di legno. Poi ci ho messo pure un venditore ambulante di Bibbie, ma non avevo la più pallida idea di cosa avrei fatto di lui. Non sapevo che avrebbe rubato quella gamba di legno se non dieci o dodici righe prima che lo facesse, ma quando ho scoperto che sarebbe successo proprio questo, ho capito che era inevitabile.”
Ricordo che quando lessi questo saggio, anni or sono, fui colpito dal fatto che la O'Connor, o qualsiasi altro scrittore, scrivesse dei racconti in quella maniera: credevo che quello fosse un mio scomodo segreto che mi faceva sentire un po' a disagio. Pensavo che di sicuro questo modo di comporre un racconto rivelasse qualche mio difetto. Ricordo che leggere quanto lei avesse da dire a questo proposito mi rincuorò molto.  

 

 

Penelope

Mi sono rinchiusa in Provincia in isolamento per qualche giorno: la connessione va ultralenta e ho lasciato che l'iPhone si scaricasse e morisse per evitare ulteriori contatti indesiderati col prossimo.
In compenso ho la TV. Senza Sky, perché mia madre ha ben pensato di disdire l'abbonamento dato che nessuno guardava Sky.
Perfetto. Non posso più andare in stato comatoso di fronte al Fox Crime con C.S.I.
Comunque, mentre riscoprivo i canali analogici - che ho scoperto non essere più analogici ma digitali anche loro - si vede che è da circa sei anni che non ho un televisore? - ho trovato una chicca per stasera.
Danno in TV Penelope, che magari non è un capolavoro ma per gente bisognosa di un po' di fiaba moderna come me è perfetta.
(Poi c'è James McAvoy che rasserena ogni depressione.)

Insomma: se non l'avete visto, vedetelo. Magari questo blog inutile avrà avuto un pregio, infine: quello di farvi scoprire un film carino.


{Italia1 - 21:10}

Ruby Sparks

Dolci loro, bellino il film, carina la colonna sonora.
Ruby e Calvin stanno effettivamente assieme, nella Vita Vera.
Ed è stata Ruby a scrivere la sceneggiatura.
One may read this and think it's magic, but falling in love is an act of magic, so is writing. It was once said of Catcher In The Rye, "That rare miracle of fiction has again come to pass: a human being has been created out of ink, paper and the imagination." I am no J.D. Salinger, but I have witnessed a rare miracle. Any writer can attest: in the luckiest, happiest state, the words are not coming from you, but through you. She came to me wholly herself, I was just lucky enough to be there to catch her. 



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