Diario di una Snob - fashion, lifestyle, travel blogger from Tuscany, Italy: giugno 2013

Tre Oggetti #3


#1 L'inutile e plasticosa pochette Carpisa
Sì, sì: anche io faccio parte della categoria che a Carpisa non dà mai un soldo di fiducia. Se l'amica plasticosa qua sopra non fosse stata ben visibile in vetrina ed io non mi ci fossi fermata di fronte, per caso, durante una telefonata, adesso non farebbe parte del mio armamentario - ok, non sarebbe stata questa così tremenda perdita ma vabbé.
Però dobbiamo ammettere che questa inutile bustina ha, sotto il lato snob, tanti terribili pregi: è bianca, è di plastica - e non plastica qualsiasi, care mie: plastica bella morbidosa gommosa, di quella che ti fa pensare alle cover per iPhone e ai giocattoli per bebé e alle caramelle Haribo - e l'ho pagata nove euro che, per un oggetto che sto utilizzando come se fosse una pochette seria da sera, non è tanto.
Ah, e il lato non in vista ha tutta questa bella texture tipo a borchie.
BORCHIE + BIANCO + PLASTICA = LOVE


#2 Il bracciale BeChic colore - colore! - Acquamarine
So cosa mi state per dire, stalker che non siete altro: ma Snob! ma tu vai in giro solo in bianco e nero! ma che è questa botta di colore?
Uno dei pochi colori che ancora, a tratti, casualmente, compare nel mio armadio è proprio il verde menta o verde acqua o insomma, quel verde lì.
Quindi mi sono fatta mandare il braccialetto che come la pochette di sopra ha il pregio di essere parzialmente composto di plastica morbidosa gommosa caramellosa. Passo il tempo a punzecchiare la parte colorata col dito un po' come Arale punzecchiava le cacche rosa su Dr. Slump! Sarà che mi fa da antistress, ma non me lo levo più.


#3 Dolcissima di Villa Buti
Come sapete io sono contro le recensioni marchette, contro la gente che si fa mandare la roba semplicemente perché tutto fa, quelli che poi dicono fighissimo! bellissimo! fantastico! il mio preferito! di tutto. Questo è uno dei motivi per cui rifiuto buona parte degli oggetti che si propongono di inviarmi gratuitamente - se una cosa non mi piace non la voglio e non voglio parlarne a voi non me la faccio mandare per nulla, non ho bisogno di altri oggetti inutili dentro casa, sono già una grande acquirente di cazzate. Quindi, quando mi hanno chiesto se volevo questo nuovo profumo di Villa Buti non ero un granché convinta: di profumo non capisco nulla - una come Eleonora sarebbe molto più adatta a recensirlo degnamente - e poi ho già il mio. Leggiucchio qualcosa su questa Villa Buti ed ecco che arriva la notizia che mi convince.
Allora: ditemi se non è la storia d'amore più bella del mondo: Villa Buti è stata fondata da questa coppia, Doris e Renzo. Doris e Renzo si sono presi questa casa colonica nelle campagna vicino Prato e si sono messi a fare i profumi. Ditemi se non è una spettacolare storia d'amore. Anche un essere forastico e silvano come me, a sentire queste cose qua, non può non commuoversi. E quindi ho deciso di farmi mandare questo Dolcissima, nella speranza che porti fortuna e che garantisca anche a me una casa colonica nella campagna toscana con all'interno, inclusi nel prezzo, l'uomo perfetto e la passione di una vita. Andando al sodo: 'sto Dolcissima è buono. Così come sono buoni gli altri due profumi che m'hanno mandato in campione, Adelfa e Angiola. Buoni che ho abbandonato lo Chanel da qualche parte, chissà dove.

Hai mai lavorato?

Nonostante sia opinione comune che Ask.fm sia un ritrovo di lurker, stalker ed esibizionisti - io faccio parte, immancabilmente, dell'ultima categoria - ogni tanto escono fuori stimoli terribilmente interessanti.
La domanda anonima porta il lettore - perché credo che siate voi, miei lettori, a farmele: o sbaglio? - a chiedermi cose che magari in prima persona, non anonimamente, penserebbe sia sgarbato chiedere: ed io, non sapendo a chi rispondo, rispondo senza preconcetti censure o simili.

M'hanno fatto una domanda che avrei voluto vedermi fare da parecchio: Snob, ma tu hai mai lavorato?
Mi sono resa conto che è da parecchio che volevo rispondere alla domanda perché dai commenti - soprattutto dai commenti di quelli che sono irritati e infastiditi da quello che sono - si percepisce che date per scontato che io sia la classica ragazzina di buona famiglia, che non ha mai fatto un cazzo fino ad adesso - e che probabilmente non farà un cazzo neanche prossimamente.

La prima parte dell'enunciato è piuttosto vera: vengo da una famiglia benestante, che non ha mai avuto problemi economici rilevanti. Ma - c'è sempre un ma, anzi: in questo caso ce ne sono due.

- Sono stata cresciuta da mia nonna, che avendo fatto la guerra è rimasta ancorata a quel periodo storico, come certi soldati giapponesi che sono ancora, ultracentenari, in attesa delle truppe nemiche in qualche isola del Pacifico. Quindi ho vissuto un'infazia relativamente sobria e priva di lussi. (Per farvi capire: ero l'unica bambina di tutte le fottute elementari a cui non compravano gli ovetti Kinder. Nell'ottica degli adulti, dei genitori dei miei compagni di classe, ero figlia di due liberi professionisti, quindi ricca: questa ricchezza non si manifestava però nel contesto infantile; avevo una casa più grande di una buona parte dei miei compagni, potevamo permetterci di fare lunghi viaggi all'estero e le automobili dei miei genitori erano sicuramente più costose - ma comunque dovevo elemosinare ai compagni i doppioni delle sorprese degli ovetti Kinder perché nessuno me ne comprava.)
Ho avuto un'infanzia molto sobria e spartana, e a livello economico non sono stata affatto viziata, anzi: l'educazione al risparmio - cosa terribilmente piccolo-borghese, ne sono consapevole - ne è stata una delle basi.

- Mio padre è il classico self made man: suo padre è morto quando lui aveva poco più di vent'anni, e da un giorno all'altro si è trovato a mantenere le due sorelle minori e la madre casalinga. Quindi tanto in me che mia sorella ha voluto inculcare l'idea del valore del denaro, del duro lavoro, di tutte quelle cose là. Come far capire ad una bambina di otto anni il valore del denaro e del duro lavoro?
Mandandola a lavorare.



Per tutte le estati delle elementari a partire dalla seconda ho passato un mese a lavorare presso un negozio che fungeva da videoteca, rivenditore di veri articoli elettronici tra cui cellulari e studio fotografico. Facevo orario di negozio: arrivavo lì con la bicicletta alle otto e mezza, restavo fino all'una, tornavo alle quattro e uscivo nuovamente alle otto. Le mansioni erano varie: dal pulire i vetri a spolverare le videocassette - tutte le videocassette della fottuta videoteca - mettere in ordine le foto che arrivavano, fresche di stampa, per ordine alfabetico, servire i clienti che restavano un po' perplessi da questa cosa che una bambina di nove anni stesse al servizio al banco - e cose del genere.
Dalla prima media alla terza media circa ho lavorato in un ingrosso di videogames, dove, a parte varie mansioni burocratiche e di segreteria, il momento più divertente del lavoro era mettere a posto le enormi partite di consolle e videogiochi che arrivavano - ho visto l'accomularsi della polvere sull'ingente numero di Dreamcast che nessuno ha mai comprato - e provare le pistole giocattolo sugli sparatutto per vedere che funzionavano - in una settimana ho provato mille e qualcosa pistole di fronte ad una PS2 appena arrivata, un enorme schermo catodico che probabilmente mi ha provocato qualche danno cerebrale e con Alone in the Dark: The New Nightmare come sparatutto di prova - o forse un Resident Evil? Non ricordo bene. La parte divertente, anche, era che si utilizzavano dei monopattini per girare questo prefabbricato industriale da una parte all'altra, con pacchi piene di cartucce per il Game Boy sulle spalle.
Per i primi due anni delle superiori ho lavorato in una bottega orafa di un amico di mio padre,  un artista completamente disorganizzato che spesso e volentieri mi abbandonava con frasi come "Vado da Thomas a prendere l'oro" o "devo portare a far fare i castoni a questo mio amico" o "vado a prendere la creta da David" o "oggi non vengo perché stamattina mi sono svegliato per andare a dipingere l'alba sulle montagne e sono stanco" - sì, oltre che orafo era pittore e scultore. Ho imparato ad usare la fiamma ossidrica, ad infilare le collane di perle, ad usare tutti gli attrezzi base di un laboratorio orafo, nonché a gestire un negozio e le continue lamentele di una clientela che aspettava che i suoi lavori - spesso Adriano lavorava su commissione - venissero fatti.

Per i seguenti tre anni ho lavorato in uno studio di programmazione CAD e web. Teoricamente sono stata lì ad imparare a fare i siti e l'HTML e cose del genere - erano gli anni che ancora si usavano i frame, per farvi capire - ma di base servivo ad altro: lo studio si trovava sottoterra, in delle specie di catacombe, dove, nonostante fosse Luglio, la temperatura si aggirava attorno agli otto gradi e l'umidità sul 90%. Ogni mezz'ora dovevo alzarmi e andare a svuotare il serbatoio dell'asciugatutto DeLonghi dentro al water. Facevo questo. Ma qualcosina comunque di HTML ho imparato.
Questi lavori erano retribuiti, ma non dai miei datori di lavoro: era mio padre che mi faceva la busta paga e la spacciava per loro perché, naturalmente, pagare una bambina di nove anni che ti spolvera le videocassette non è esattamente legale - negli anni delle superiori no: venivo pagata di mio.
Con quei soldi mi padre m'ha insegnato a fare quello che ancora adesso faccio con qualsiasi mia entrata: ne metto da parte un 30%, e faccio il cazzo che mi pare con i restanti.
Come sei piccolo borghese, m'ha detto GuidoGuido, quando gli ho raccontato di questo aneddoto del lavoro. Forse sì, forse: ma con questo meccanismo mi sono sempre trovata bene e mai in difficoltà economica - difficoltà fittizia, ok, che si sarebbe risolta tranquillamente con una richiesta di altri soldi ai miei genitori: ma comunque non è mai successo.

Arrivato l'anno della maturità e poi l'università ho smesso di lavorare d'estate: mi sono limitata a studiare e a dare gli esami più rapidamente possibile - perché mio padre m'aveva detto pure questo: che se andavo fuoricorso o avevo una media inferiore al 28, dopo che avevo voluto far Lettere, col cazzo che continuava a mantenermi.
Adesso qualcosina ogni tanto faccio - siti web, per esempio, o cose social.

Per un lungo periodo di tempo ho odiato mio padre, adesso non più.



#10/11 - Marshall McLuhan, Medium is the mAssage / Le leggi dei media

Come vi ho già narrato più che ampliamente nel post sul Double Standard, mi trovo puntualmente ad essere inadatta/estranea al contesto in cui mi trovo. Alcuni mi hanno detto di essere d'accordo con me, altri hanno attaccato la solita tiritera - giusta? ingiusta? vera? falsa? - sulla mia spocchia, sulla mia superbia, sulla mia saccenza, alternando - uno degli argomenti caldi è sempre questa storia della laurea - i "guarda che c'è gente che si prende la laurea con il massimo dei voti in corso ad occhi chiusi con doppio salto carpiato due figli da mantenere una disabilità grave non riconosciuta dallo Stato e lavorando come spogliarellista, quella gente è molto più speciale di te" ai "guarda che laurearsi in tempo con il massimo dei voti e in tempo non significa/serve a niente" eccetera eccetera eccetera.
L'applicazione del double standard è molto forte nel contesto attuale: sono una Letterata che si sta infilando - non ho ancora capito come mai - nel mondo del Social Web, ovvero il campo degli odiati Scienziati delle Merendine.
(Ragazzi, si scherza, è come dire ad un pisano che è pisano, non prendetevela - non è colpa vostra se siete pisani - o forse sì?)

Tutte le volte che si parla di Letteratura mi dicono sempre che sono cose che non puoi imparare all'università, che sono cose che "impari sul campo" - quale campo, mi chiedo poi - e che la mia laurea non vale un cazzo, e che non significa niente.
Ok, perfetto.
Ora che sono a Scienze della Comunicazione, tutta la mia esperienza "sul campo" - blog, twitter, il fatto che in poche parole passo il 99% delle mie ore di veglia connessa - non valgono più un cazzo. "Eh" dicono gli Scienziati "queste cose si devono studiare, per bene: non è che perché c'ha un account twitter con qualche follower e un blog con qualche visita - di gran lunga superiore a qualsiasi blog o account twitter tu ti sia mai trovato a gestire, amico Scienziato, ma eviterò di fartelo presente - puoi credere di capire la complessità dei media: queste cose si devono studiare."

Strano, ma per me studiare non è mai stato questo grande problema, quindi sono partita dalla base. Sto controllando tutti i programmi di tutti i corsi caratterizzanti di Scienze della Comunicazione, mi sto prendendo tutti i libri, e me li sto leggendo.

Ho iniziato con McLuhan



che dopo aver letto Baudrillard e Girard si gestisce piuttosto bene - naturalmente mi riferisco a La legge dei media e non a Medium is the massage.

Magari evito di mettere tutta la saggistica - ne sta diventando veramente tanta, da come potete vedere - nei Cinquantadue Libri, altrimenti smettete di leggermi.


#9 - Emmanuela Carbé, Mio salmone domestico

Sottotitolo: Manuale per la costruzione di un mondo, completo di tavole per esercitazioni a casa.

Questa volta facciamo qualcosa di trasgressivo e mettiamo nella lista un libro che ancora non abbiamo letto ma che siamo così impazienti di leggere che non possiamo fare a meno di metterlo nella lista.
Esce proprio oggi, fresco di stampa e di inchiostratura elettronica.
Ho la fortuna di aver come compagna di pendolarismo l'autrice, e così ho potuto sbirciare l'anteprima.

Mio salmone domestico, Emmanuela Carbé

Motivational ____day #18

Questo lo metto qui, per ricordarlo un po' a voi ed un po' a me.

Tre Azioni #2

#1 Andare a fare gli hippy al fiume

Il mare è mainstream.
Così ho deciso.
Nonostante non faccia parte di questa perversa nuova razza di donne che odia il caldo, l'estate, e le attività collegate al caldo e all'estate - poi vi lamentate che non vi si tromba nessuno. Fatevele un paio di domande - il fiume si adatta molto di più al mio stile di vita che non il mare - fosse anche per una sola ragione: stando a Siena, è molto più comodo arrivare a Brenna che fino a Castiglion della Pescaia. Poi, il mare mi ha sempre turbato e inquietato: anche nei periodi in cui, da bambina, facevo vela o windsurf, non mi sono mai sentita così al sicuro - tutt'altro. Calcolando poi che subito dopo la cavalletta l'animale che mi fa più terrore è lo squalo - il fatto che poi, alle Galapagos, mi sia ritrovata a nuotarci assieme non ha diminuito il terrore: mi trovo anzi a pensare OMMIODDIO come ho fatto a sopravvivere OMMMIODDDIO ma ero matta?!
Come dite? Ah, sì: sto divagando.
Insomma: il mare è mainstream. Dovete andare al fiume. Soprattutto voi, amati colleghi del centro Italia: recuperate torrenti e simili. Tutto quello di cui avete bisogno è un'auto, qualche amico che non si lasci spaventare dall'acqua gelida e sia disposto a levarsi le scarpe per guadare qualche punto e, naturalmente, un amico fotografo che immortali la vostra imbecillità silvana. Tipo, nel caso specifico, Kosmios.
(Spero che la foto della sottoscritta in versione Jesus Christ SuperStar che cammina sull'acqua con la giacca Zara non vi faccia pensare che questo sia un outift post.)

#2 Guardare the Black Cauldron, aka Taron e la Pentola Magica

A vedere La Sirenetta e compagnia bella siamo tutti buoni. Quelli che dovreste riscoprire sono i Classici Disney reietti, che non si fila più nessuno, quelli che la Disney stessa, se potesse, seppellirebbe sotto le monete dorate finte dei vari Pirati dei Caraibi sparsi per il mondo, destinandoli all'oblio. Quelli che però, nella loro maniera underground e nascosta, hanno influenzato le nostre menti infantili come non mai. Tra questi c'è the Black Cauldron, enorme e drammatico flop economico della Disney, cartone animato vittima di tanti di quei casini agli Studios che non si sa neanche come è riuscito a venire fuori. Il primo cartone animato Disney ad essere PG-rated - ovvero, adatto per bambini solo se accompagnati dai genitori. Il cartoon Disney meno disneyano di tutta la combriccola. Un fallimento al botteghino: non riuscirono neanche a rientrare delle spese di produzione, e tanta fu la vergogna che l'home video uscì soltanto tredici anni dopo la versione cinematografica. Nonostante questo, è stato tra i miei preferiti per tantissimo tempo - se appiccicavo uno sticker olografico a forma di stellina sul VHS, significava che era un Cartone Animato del Cuore, e andava visto minimo una volta a settimana. Minimo.
Comunque: se non lo avete visto, vedetelo. Se è da più di un anno che non lo vedete, vedetelo. Insomma vedetelo. (In HD e con tutti i crismi cinematografici del caso.)

#3 Fare il pane a casa

La mia - nota - incompetenza culinaria si sta sommando in maniera perversa con i miei desideri hippy e anticonsumistici di autoproduzione. Visto che, misteriosamente, lo yogurt homemade continua a riuscirmi, mi sto cimentando, nei pochi momenti liberi, nella panificazione.  Non so esattamente come mi sia venuta in mente questa cosa e non ricordo neanche in che occasione abbia comprato la farina o che, ma sono già alla mia quarta infornata e, che vi devo dire, dà soddisfazione. Non mi sento ancora capace di darvi alcun consiglio pratico definito, ho iniziato seguendo le indicazioni che ci sono sulle confezioni di questa farina per fare il pane nero del Molino Spadoni, e poi da lì, cerchicciando su Internet, mi sono un po' impratichita. L'unica cosa che mi viene da dirvi è: non utilizzate la macchina del pane. Non utilizzate l'impastatrice. Se vi interessa la panificazione come disciplina zen, dovrete fare tutto a mano. All'inizio semplicemente mischiare acqua, lievito e farina vi sembrerà Impastare per una buona ventina di minuti sulla tavola di legno, come si faceva una volta. Vi assicuro che manda via ogni tensione. E la soddisfazione di vedere il Kosmios - sì, sempre lui - che si scofana fette e fette di pane nero fa il resto. Per adesso non vi do istruzioni: quando sarò una panettiera decente, se vi interessa - da quel che mi dite vi interessa - vi spiegherò tutto ben benino.


Time

Lo so, lo so: ormai sono diventata una blogger quasi seria, produco contenuti socialmente utili come meravigliose recensioni del film degli Orsetti del Cuore senza ammorbarvi con le mie paturnie e i miei drammi esistenziale.
MA.
Ma non potete pretendere che questo blog - creato con l'esatto scopo di rendere pubbliche le mie lamentele - diventi un puramente luogo produttivo, quindi eccovi un allegro aggiornamento delle mie ultime avventure.

Non. Ho. Tempo. Non ho tempo per far nulla. Non so come sia successo ma le giornate mi restringono addosso in uno spataplash. Sono andata contro ogni mio principio e ho cominciato ad eliminare dei minuti alle mie sacrosante OTTO ORE di sonno, ma comunque non ne veniamo a capo. A tutto questo va a sommarsi uno strascico disorganizzazitivo post-febbrile: non riesco a decidere cosa fare, in che ordine farlo, come farlo. Ho l'imbarazzo della scelta. Dalla prossima settimana, poi, ricomincia un master: ho paura di non sopravvivere.
Prova del mio non avere tempo. Ho comprato l'ultimo di King e ancora non son riuscita ad aprirlo.

Quali post? In merito a questo annoso problema, vi prego, datemi delle priorità a livello di post. SO che devo scrivere dei post. Mi avete CHIESTO dei post, vero? Ricordo qualcosa del genere. Ricordo i continui social-stimoli, ai quali, evidentemente, sono ormai completamente assuefatta ed indifferente. Ricordo domande su ask.fm, che, intelligentemente, ho cancellato dicendo "Ah, ne parlerò in un post!". Non ho più l'età, devo ricominciare a segnarmi la roba su di un taccuino. FATEMI UNO SCHEMINO UNA LISTA QUALSIASI COSA PER FAVORE.

Scusate. Scusate, scusate, scusate davvero. In effetti, non sto più rispondendo alle mail, ai DM, alle domande su ask, a nulla. E molte delle domande che mi fate son domande serie, avete problemi seri, lo so. Spero di riuscire a trovare qualche ora per riprendere in mano tutta la vecchia corrispondenza sperando di rispondervi in tempo utile. Rispondo però pubblicamente a tutti quelli che mi stanno mandando mail con scritto cose tipo "guarda, fino a qualche tempo fa mi stavi terribilmente sul cazzo, invece ora mi sei simpatica". Da una parte questa cosa fa bene alla mia autostima - sapete che ho bisogno di affetto in tutte le salse - dall'altra un pochino mi infastidisce. Le risposte che darei ad ognuna di queste mail sarebbe, a fasi alterne, o "GRAZIETIAMO" o "MACHEVUOISTRONZAFOTTITI". Sceglietene una tra le due e tenetela al caldo nel vostro cuore.

Cani e Gatti. Uno dei principali motivi per cui non ho tempo di stare su twitter scrivere post instagrammare foto rispondere a domande su ask.fm è che devo creare un meraviglioso sito per una fittizia azienda produttrice di mangimi per gatti e cani come compito per uno dei moduli del master. Un'attività eccitante. Passo mattinate in biblioteca - luogo che ho adibito a zona di coworking - a inventare meravigliosi payoff pet-related. Vi ricordo solo che io da bambina volevo fare la scrittrice. E adesso faccio siti sul cibo per gatti. Sto rimpiangendo la carriera odontoiatrica in una maniera che non vi rendete conto.

Luisona che la dà Via a tutta Roma. Nonostante l'ufficio stampa del Pitti m'abbia detto che non sono abbastanza cool e non ho un pagerank abbastanza alto - ogni volta che mi scontro con la web-incompetenza degli addetti ai lavori del mondo della moda mi viene voglia di emigrare a Shangai e smetterla di spalleggiare il Made in Italy - Luisiona ancora mi vuole bene e mi ha mandato l'invito per il Firenze4Ever. Alzino la mano i presenti, 'ché sapete che io sono autistica e se non vado alle feste con qualche amichetto non mi diverto.

Motivationa Monday #17

Meno vestiti ma che siano perfetti.
Meno amici ma che siano per la vita.

Nessun amore, se siamo incapaci di averne.

Muffin, muffin, muffin!

Come ben sapete, la mia incompetenza culinaria è assoluta e drammatica.
In due anni e mezzo di blog, infatti, mi sono limitata a spiegarvi come spalmare dell'avocado sopra il pane tostato e come fare dei complessissimi biscotti al burro d'arachidi.
Avanguardia culinaria, me ne rendo conto. Soprattutto in un triste triste mondo web in cui food blog is the new fashion blog. Dove tutti quelli che riescono a cucinarsi un piatto di pasta e ad aprirsi un blog con Blogger credono di fare di cognome Bottura.

Comunque. Per una volta una ricetta che conta più di tre ingredienti m'è riuscita, perfettamente addirittura, quindi è necessario, nonostante a voi non freghi nulla, che io la condivida.
Sia per dare speranza ai casi umani culinari come me, sia per schierarmi definitivamente e pubblicamente in un'annosissima questione.
L'eterna sfida tra il muffin e la cupcake.
Io non posso che votare muffin: in questa nostra società odierna che bada solo all'apparenza e mai alla sostanza, abbiamo bisogno di cittadini pieni di concrete gocce di cioccolato, non effimeri e cremosi sbuffi rosati. 
 
VOTATE MUFFIN!
ABBASSO LE CUPCAKE!
 
(Anche perché, diciamocelo: le cupcake saranno pure carine, ma puntualmente fanno schifo. Schifo. O, se non fanno proprio schifo, non sono comunque buone come te le immagineresti alla vista. Il muffin, invece, è un dolcetto onesto.)

Quindi, dicevamo: Muffin con gocce di cioccolato
 
Ingredienti:
 
♥ 250 gr di farina 00
♥ un uovo
♥ 200 ml di latte
♥ 80 ml di olio di semi
♥ 80 gr di cioccolato
♥ una bustina di lievito
♥ 100 gr di zucchero

Credo basti, ma è sicuro che mi sono scordata qualcosa.
Gli unici utensili di cui avete bisogno, oltre ai classici strumenti di sopravvivenza culinaria, sono i pirottini. Io mi sono dotata degli stampini in silicone dell'IKEA, così non devo neanche fare la fatica di imburrarli & infarinarli.
 
Andiamo alla pratica: prendete tutti gli ingredienti polverosi/farinosi/granulosi/solidi tranne il cioccolato e setacciateli - o, se non avete voglia di setacciarli, mischiateli approssimativamente - in una grossa ciotola. In un'altra ciotola, unite e mescolate con amore tutti gli ingredienti liquidi - nel caso ve lo stesse chiedendo: l'uovo va coi liquidi. Create la cosidetta "fontana" - quella che quando mia nonna faceva la pasta all'uovo io chiamavo "vulcano" - nella ciotola dei solidi e versate il composto liquido al centro. Iniziate a mescolare con forchetta o frusta incorporando lentamente il tutto, cercando di non fare grumi - se la vostra pigrizia è pari alla mia, usate le fruste elettriche.
 
Questo potrebbe essere il momento adatto per accendere il forno, statico, mentendolo a 200°, così quando avrete finito a pasticciare lo avrete già bello caldo.
 
Nel frattempo, se come me non avevate delle gocce di cioccolato ma semplicemente il cioccolato avanzato dalle uova di Pasqua delle cuginette della Bea, prendete la Bea, datele un tagliere ed un coltello e fatele tagliare grossolanamente il cioccolato, che aggiungerete al composto ormai omogeneo che con tanto amore avete creato. Tenetevi da parte qualche pezzetto di ciocccolato, che metterete, appena prima di infornare, sulla sommità di ogni muffin.
 
Versate il composto negli stampini o pirottini che dir si voglia, riempiendoli solo per due terzi - non di più altrimenti i muffin strabordano e diventano dei mostri deformi. Le dosi che vi ho dato sono per circa dodici muffin: io ne ho fatti dieci, e ho lasciato l'impasto dei due rimanenti a Bea, che ha questa passione per la ripulitura delle ciotole dell'impasto dei dolci.

Piazzate il tutto dentro il forno e aspettate venti minuti. 
Passati i venti minuti, iniziate a fare la "prova dello stecchino" - questi misteri della mitologia culinaria me li ha spiegati Bea, io altrimenti che ne potevo sapere di questa cosa dello stecchino - e quando, finalmente, infilzando a morta un muffin questo ne uscirà asciutto, potrete spegnere il forno.

TA-DAN!


Sono o non sono meravigliosi?
EH? EH?


 

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