Diario di una Snob - fashion, lifestyle, travel blogger from Tuscany, Italy: agosto 2013

Good Morning, Vietnam!

Sono ufficialmente tornata.
Fisicamente psicologicamente metafisicamente e blah blah blah.

Dovendo riassumere la mia situazione attuale sono: sfavata ingrassata appena abbronzata annoiata depressa eccetera.
Questo, promesso, è l'ultimo post di questa trafila in cui parlo delle mie sfortune e di quante avversità la vita mi sta mandando contro e blah blah blah.

(I miei neuroni riusciranno mai a recuperare quel tanto di energia da permettermi di finire una frase scritta per bene? Che ne dite?)

Stacchetto pubblicitario di sei minuti!
 
Comunque, analizziamo gli attuali problemi:

Sono un caso di puro e assoluto disturbo post-traumatico da stress - ho fatto il Vieeeeetnam - e guai a chi scassa la minchia qua sotto dicendomi che faccio scena o vi vengo a casetta, vi riempio la vasca d'acqua e vi ficco quella vostra testolina meravigliosa sotto per sessanta secondi, così, senza preavviso: vediamo come vi sentite.

Inoltre, sono ingrassata.

(Foto senza filtro e senza pose tattiche a dimostrare la triste realtà: ragazze cellulitose del web, unitevi e fottetevene sega. Aggiungo una postilla: continuare a portare lo smalto bianco dopo che questo è diventato evidentemente e drammaticamente mainstream è un'altra sfaccettatura della sprezzatura. Lo portavo before it was cool fottendomene sega e lo porto adesso che è quasi old fottendomene sega. Yeah. Sullo smalto bianco e il before it was cool, date alcune tremende esperienze dall'estetista, vorrei quasi scrivere un intero post, ma credo sarebbe troppo wannabe hipster. Se siete interessati, comunque, ad approfondire quella che io chiamo l'equazione del gusto, la trovate disegnata qua.)

Questa cosa del culo flaccido vedremo di risolverla a breve con tanti buoni propositi per l'anno nuovo - lo sapete che è Settembre il mese dei buoni propositi e non Gennaio, Gennaio ti inganna e ti fa credere che tu possa cambiare la tua vita da Gennaio invece non è vero, hai già fottuto buona parte dell'anno e sicuramente fallirai. Quindi è saggio fare questa cosa dei buoni propositi a Settembre, piuttoso - ma, diciamoci la verità, non avendo la più pallida idea di dove sarò che farò con chi mi vedrò nei prossimi mesi, mi sembra un tantino avventato cercare di avere controllo su avvenimenti assolutamente incontrollabili.

Quindi, nel dubbio, passo le mie giornate lunga sul letto a guardare episodi ed episodi di Community, geniale telefilm consigliatomi da qualche altrettanto geniale lettore nel post del blanket fort, che è l'unica cosa capace di lenire lo scazzo di queste giornate di fine estate - estate di cui mi sono goduta, in poche parole, in tutto, tre giorni passati a Tortoreto Lido con mia madre, non so se rendo l'idea.

E niente, era un post inutile per riprendere contatto con la platea.
Raccontatemi qualcosa di figo &, per favore per favore per favore, non insultatemi almeno oggi che sono triste e poi vi rispondo male, lo sapete.

Tái sinh

Che poi una parte piuttosto consistente di me, per quanto non dominante, sarebbe voluta per sempre restare in quell'utero-bara nero liquido e caldo, perché non v'ho detto che la pioggia iniziava a farmi sentir freddo e nell'affondo la sensazione è stata di stupore e di fluido amniotico, di nascita inversa piuttosto che di possibilità di morte.

E anche l'egoismo di un essere vivente - di un animale essere umano - che pensa solo a se stesso, che non ha più ossigeno e vuole averne altro era curiosamente confortante: esistevo solo io, esisteva solo il mio bisogno d'aria, e nessuno nella mia condizione sarebbe potuto essere meno egoista di me.
Finché ero sott'acqua avevo ogni diritto a volerne uscire, e questo mio diritto sembrava annullare ogni mio dovere e ogni altrui diritto, rendendomi, in quei sessanta secondi, libera come non ero mai stata.

Lungo il Mekong

Proviamo a spiegare quello che si prova.

In una bottega vietnamita di Saigon, ora conosciuta come Ho Chi Minh City, che io a malapena avevo notato nella pioggia battente degli ultimi giorni, un tipo mi ha smontato e rimontato l'iPhone, cambiando schermo e batteria e altro, restituendomelo zoppicante ma funzionante, rimettendomi in contatto col mondo e rendendomi le foto del viaggio, anche quelle dei momenti prima che accadesse.

Ora, sarebbe giusto che io tentassi di spiegarvi - ma non per voi, dovrei farlo per me - quello che è successo, ma mentre il racconto orale si sta allontanando dalla realtà e si sta canonicizzando in una forma precisa, quella dell'avventura di viaggio a cui non crede nessuno e men che mai quello che la racconta - ma è veramente successo? ma eravamo davvero così in pericolo? ma potevamo davvero morire? - scrivere di questa cosa mi sta creando problemi.

Ci siamo salvati tutti, tutti e otto. A rimanere sotto per parecchio, quasi un minuto, siamo state in tre, credo, circa - le ultime cene si riducono sempre alla stessa maniera: la seconda birra ti fa iniziare a scarabocchiare cose sulla carta, a posizionare i passeggeri sulla barca, a cercare di capire la direzione della corrente, la modalità dell'impatto, se a bloccarci sia stato il tettuccio o lo scafo della nostra o delle altre barche, cose così. L'ordine in cui siamo tornati in superficie, l'ordine in cui siamo arrivati a riva - cronologico, geografico - l'ordine in cui tutti hanno capito che nessuno era rimasto sotto e che quindi più o meno traumatizzati, più o meno pieni d'acqua del Mekong eravamo tutti vivi, anche se perduti nella giungla in un villaggio di cento persone a pochi chilometri dal confine cambogiano.

Alla fine raccontarla non dovrebbe essere difficile.

Dovevamo raggiungere Chau Doc via battello da Phnom Penh, non so quale cazzo di problema c'è stato e abbiamo preso i battelli al confine, proseguendo nelle acque vietnamite del Mekong. Il viaggio sarebbe dovuto durare un paio d'orette, circa, credo, ma non lo sapevamo quando siamo saliti a bordo - non saremmo saliti a bordo di queste cose qua su uno dei fiumi più grandi del mondo senza sapere di poter attraccare dopo massimo mezz'ora. 
O forse sì. Adesso stiamo attenti a tutto e controlliamo le ruote dei pulmini che sono puntualmente lisce e in barca non ci siamo saliti più, ne abbiamo il terrore, ma giusto quattro giorni fa eravamo i classici occidentali medio-borghesi strafottenti che guardavano in turisti con superiorità e che volevano vedere la vera Indocina.
Avremmo pensato cose tipo certo, sono un po' piccine, queste barche, e malsicure, e la corrente è forte e il Mekong largo, ma al massimo ci si fa un tuffo e si resta qua a galla, che sarà mai.
I salvagenti c'erano ma erano incellofanati e legati al tetto ben bene e nessuno ci ha chiesto di metterli e al momento non ci sarebbe stata maniera, ma è stato un bene perché tutti sapevano nuotare e probabilmente ci avrebbero bloccato ulteriormente i movimenti, saremmo potute restare sotto qualche secondo di più, noi che siamo restare sotto, e io quando stavo per riemergere già ero al limite.

Ma all'inizio il viaggio andava bene, eravamo un po' più lenti delle altre barche ma non ci abbiamo fatto caso, eravamo un po' troppo bassi sull'acqua, appena una spanna e mezza distanziava il bordo azzurro della barchetta dalla superficie gialla dell'acqua.

Ha iniziato a piovere, forte, nella modalità monsonica di quelle zone là. Scomodo ma non grave, sul momento, ci siamo messo i k-way e una felpa di più per non sentir freddo e rimanere asciutti, per quel che si può - i miei pantaloni con gli elefanti comprati ad Angkor erano zuppi ma chi ci faceva caso. 
All'inizio del viaggio ho tolto i desert boots perché ogni volta che vado a bordo di qualcosa mi levo le scarpe: pesanti com'erano mi avrebbero portato a fondo più velocemente, nuotare sarebbe stato più difficile; anche questa una piccola fortuna della sfortuna, di quelle che ci ha fatto rimanere in vita.

Il motore va in avaria, la pompa dell'acqua smette di funzionare ed iniziamo ad imbarcare acqua. Non è stato il capitano - capitano: si può definire capitano un cambogiano che governa una zattera? - ad accorgersene, ma uno di noi quattro con la patente nautica. It's not working. Nel mezzo del Mekong a smontare l'albero motore, mentre alcuni di  noi tentavano di svuotare la barca con delle taniche tagliate a metà. Ma ancora: non eravamo preoccupati: volevano risolvere la cosa, ma non avevamo paura. Avviciniamoci alla riva, iniziamo a dirgli, telefoniamo a qualcuno, fermiamo un'altra barca, facciamoci aiutare. Lui, chino sul motore, non sentiva nulla.
Quello che è successo dopo è successo in pochissimo tempo, come sempre succede in questi casi qua. C'erano due grossi barconi ormeggiati alla riva sinistra, dei mostri se paragonati alla nostra barchetta. La corrente, forte, ci stava portando allo schianto. Non facciamo in tempo arendercene conto che la prima botta - la nostra prua contro la fiancata del barcone - spezza la punta della barca in due. Al secondo colpo la barca si inclina a destra, di poco, quel che basta perché un'ondata gialla divori il fianco e faccia colare a picco la barca.

Un secondo e i miei compagni di viaggio avevano l'acqua alle ginocchia, sotto di noi non c'è più legno ma solo nero. Forse urliamo - so che qualcuno ha urlato il mio nome - ma più che paura è stupore - oddio qui ci schiattiamo - oddio, qui ci schiattiamo. Un altro secondo e solo la testa è rimasta fuori. Al terzo, il tetto di ferro della barca, unica cosa rimasta integra, ci porta sotto.

Questo è il momento in cui dovete iniziare a trattenere il fiato insieme a me.

L'acqua da gialla diventa marrone e ancor più velocemente diventa nera mentre guardo verso l'alto e ho questa sbarra di ferro che mi preme sullo sterno e continua a portarmi giù. Sarebbe ridicolo penso sarebbe ridicolo proprio qui. Che poi sono più ridicole altre morti, tipo scivolare sulla saponetta in bagno o roba così, ma in quel momento c'era del ridicolo in quella situazione e non volevo che la mia morte fosse ridicola quindi ho spinto per uscire da quella terribile gabbia di ferro, ho spinto per andare verso l'alto.
Ma l'acqua continua ad essere nera per quanto mi sembra di star andando dalla parte giusta, le mani incontrano una superficie ruvida e legnosa - lo scafo di uno dei due barconi - sono ancora sotto e sono passati già venti, trenta secondi, devo uscire perché non voglio morire nel Mekong, perché non voglio morire affogata perché non c'è modo peggiore di morire, affogato: e non qualcuno che affoga dopo essere stato a lungo in acqua, ormai privo di sensi, no: qualcuno che muore mentre batte i pugni contro il legno che lo circonda, completamente consapevole che l'ossigeno ed il tempo a sua disposizione sta finendo, e non vuole che sia così, non vuole espirare ed inspirare qualcosa che non è aria ma acqua, l'acqua del Vietnam, l'acqua del Mekong con il suo fango ed il suo arsenico e i suoi metalli pesanti e i suoi germi batteri e tutto il suo orribile schifo, non voglio voglio andarmene voglio uscire. 
Inizio a percorrere lo scafo con le mani, in una bizzarra scalata subacquea e orizzontale, lasciandomi spingere dalla corrente. Ad ogni manata c'è ancora legno, sembra non finire mai.

Poi il legno si curva repentino alla prua, l'acqua da nera ridiventa marrone e poi ancora gialla e poi riemergo con una forza che ormai non è più mia ma è quella del Mekong e respiro, e vivo.

Mekong

Sono a Saigon, scrivo dal PC dell'albergo.
Ho avuto un incidente piuttosto brutto al confine tra Vietnam e Cambogia.
Ho creduto veramente di restarci.
Sto bene, sono viva, ma iPad e iPhone - tra le altre cose - sono andati a puttane.
Ci risentiamo dopo il 20.

(Sbaglio o qualcuno aveva detto che la Ferragni porta sfiga?)

Toto, I've a feeling we're not in Kansas anymore.

Vorrei tanto avere la possibilità di scrivervi lungamente di queste prime giornate di viaggio - di cui ben due passate nel tentativo di raggiungere Siem Reap, in Cambogia.


Ma non posso date le condizioni attualmente disagevoli, sia a livello tecnologico - proprio ora che mi ero convinta e volevo scrivervi qualcosina la connessione dell'albergo 2* dove passeremo ancora un paio di notti ha smesso di funzionare sull'iPad, quindi sto scrivendo dall'iPhone - sia a livello strettamente fisico - sono così stanca che non capisco più un cazzo e il mio cervello continua a volermi far digitare dormire dormire dormire dormire.

Comunque, dicevo: circa trentasei ore per raggiungere Siem Reap.
Viaggio in macchina fino a Fiumicino, in aereo fino a Bangkok con scalo a Doha, e poi da lì decine di autobus, pezzi a piedi, pulmini, visti, timbri, cazzi vari prima di poter arrivareall'albergo.

Vi faccio un riassuntino fotografico.

Amore per i desert boots * l'inquietate Capra dai Mille Piccoli della Air Qatar che ogni mezz'ora in aereo si premurava di farci sapere da che parte fosse la Mecca -  in viaggio mi sono vista the Wonderful Wizard of Oz e un altro film figo che non conoscevo e che poi vi dirò * l'arabissimo aeroporto di Doha con le sue moschee.

Ve l'ho detto che mi piacciono i desert boots? Oh cazzo, ma tu guarda, uno specchio. Come posso non farmi una foto senza faccia in uno specchio in aeroporto? * Dobbiamo parlare di questa cosa di chi ha inventato la manicure bianca in Italia Amo i vecchi signori distinti - questo c'aveva un physique du rôle un po' da Indiana Jones - che leggono ovunque.

Faccio la simpaticona modesta con la richiesta di visto tailandese * il mio meraviglioso zainetto verdone raccattato nel garage di mio padre * nuovo orologio Casio regalatomi da Poupette, immancabile braccialetto alla citronella.


Come vi ho detto, timbri ogni dove! * la fascinosa scatola del vaccinoantitifico * altrettanti fascinosi esempi di packaging tailandese più un dubbio esistenziale: se in uno stato ci sei stato tre ore, giusto il tempo per comprare un brick di latte, una bottiglia d'acqua e per varcare il confine, vale come se ci sei stato?


Il pulmino del vicino ha sempre il logo più colorato * KINGDOM OF CAMBOGIA FUCK YEAH * Ciao meravigliosa bambina di confine con cappello di Dr. Slump, massima stima a te.
(Vi avverto, ci saranno tantissime foto National Geographic style di bambini. TANTE.)


Voialtri, amori miei, che mi dite?
Mi manca non cazzeggiare online con voi <3

N.B. Non so come potrà essere la qualità delle immagini, è la prima volta che posto da cellulare con l'app di blogger. Vedremo.
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