Diario di una Snob - fashion, lifestyle, travel blogger from Tuscany, Italy: settembre 2013

#SNOBTEE - il ritorno

Per motivi che mi sono ancora del tutto sconosciuti, avete voluto che io trovassi la maniera di produrre e vendere le magliette irriverenti e cazzone - poi ribattezzate #snobtee - che avevo creato in un momento di pigrizia pre-Social Media Week.

Modelle instagram in ordine di apparizione: Giulia Pergolati di TRGS, Kellakiara, Missantrophia, Vale di Fashion and Cookies.

Adesso siamo arrivati quasi ad un livello Mistero con Daniele Bossari: addirittura, quelli di voi che non hanno fatto in tempo a comprarle hanno richiesto fortissimamente che queste venissero rimesse in vendita.

Come ben sapete: sarò stronza, sarò egocentrica, sarò il che cazzo vi pare, ma difficilmente ignoro richieste ripetute come questa.

Quindi, eccole qua: novità di questa vendita autunnale la versione nera con scritta bianca - di cui non abbiamo prova fotografica ma vabbé, accontentatevi - sia nel modello da uomo che in quello da donna.

Cliccate qua per essere trasportate nel magico shop delle SNOBTEE.

Enjoy.

(Ah: le vendite sono aperte da ora fino alla mezzanotte di domenica prossima <3)

The Bling Ring

 Ok, ho finito tre giorni fa a parlare di fan traditi ed ecco che mi manifesto nel ruolo della fan tradita.
Perché a me, alla fine, Sofia Coppola stava simpatica. Non che avessi un'adorazione sconfinata: ma a differenza di tanta gente con cui mi sono trovata a parlare di cinema che considerava definirla mediocre farle un complimentone, ho sempre trovato i suoi film gradevoli.
Mi era piaciuto The Virgin Suicides, perché film capace di rendere benissimo, quasi alla perfezione, l'atmosfera di uno dei libri più amati della mia preadolescenza.
the Virgin Suicides - Sofia Coppola
Mi era piaciuto Lost in Translation, mi era piaciuto Marie Antoinette: nonostante non fossero capolavori, nonostante questa ormai-più-che-trentenne che continuava a parlare di adolescenti straniati avesse un tantino stancato, molti espedienti - di fotografia, di musica, di soggetto - rendevano entrambi i film gradevoli da vedere. Che alla fine, dico io, ecco: se fai un film e la persona che ci sta di fronte ha un cervello e quella persona riesce a vederlo per intero, e magari si fa un po' prendere pure, diciamo che già qualcosina l'hai vinto, no? Insomma, non hai cacciato fuori un completo fallimento. Gli espedienti di straniamento funzionicchiano in entrambi film, la mano allenata di una figlia d'arte che sa gestire la regia riesce a rendere brillante qualcosa che, magari, con tre o quattro inquadrature fatte peggio e senza colonne sonore praticamente perfette, poteva risultare una merda. Anche la frivolezza ostentata di Marie Antoinette l'ho sempre giustificata: ero convinta e continuavo a sostenere che ci fossere due livelli di lettura e che tutti quei lustrini erano ben messi, se servivano a farti sentire la solitudine dell'adolescente che ha tutto ma non ha niente ecc. ecc. (Anche se, sì: adolescenza, adolescenza, adolescenza. Sofia, c'avevi trentacinque anni, eh, quando hai fatto Marie Antoinette. C'avevi un'adolescenza per gamba, magari era il caso di parlare d'altro.
Poi ecco, la svolta: Somewhere.
Somewhere - Sofia Coppola
Chiamatemi cretina, chiamatemi imbecille, ditemi che non ci capisco nulla di cinema: ma io in Somewhere c'avevo visto una svolta. Sofia che arrivata alla quarantina si dice: ok, è stato bello fare la ragazzina depressa, alziamo il culo che ormai è già bello calante e facciamo qualcosa di serio. Secondo me Somewhere rappresentava questo: un'uscita dall'adolescenza. La Ferrari dell'incipit che gira in loop, la Ferrari dell'explicit che viene abbandonata: mi ero convinta che il seguente film di Sofia Coppola sarebbe stato qualcosa di maturo, adulto e veramente figo.
Però, però: Somewhere è stato uno dei più grossi flop economici della Coppola. Ha raccattato meno di The Virgin Suicides, che era il suo film d'esordio. Ci sarà a malapena rientrata, che ne so.

Quindi, secondo me, la Coppola s'è trovata di fronte ad una scelta: continuare a fare film per preadolescenti e fare quattrini, o fare film belli, seri, e non farne.

Conoscete la risposta.

Non so da dove iniziare nel tentare di descrivere la bruttezza di The Bling Ring. Anzi, no: partiamo da ancora prima. Il marketing del film. Un film sponsorizzato da Sephora ed MTV, da Sephora ed MTV. Un film che è stato sponsorizato su twitter con cose come fammi vedere il tuo outifit per andare a vedere #blingring o posta una foto del tuo oggetto preferito con l'hashtag #myblingring o scattati un selfie che puoi vincere un viaggio ad Hollywood!
(Qui c'era una frase estremamente polemica che la me diplomatica e pacifista ha cancellato.)
E dopo tutte queste boiate pubblicitarie per questo cazzo di Bling Ring, dopo tutto questo schifo che fa Sofia?
Ci fa un film di una noia mortale, un loop eterno di scene uguali - la star è alla festa! l'indirizzo della star! rapiniamo la star! - con questo meraviglioso gruppo 4+1, quattro fighette di legno più ragazzetto omosessuale più sensibile che fa a loro da stylist post-furto - no tesoro no! O zebrato o leopardato! Non puoi portare entrambi! questa, signori miei, la frase più profonda dell'intero film.
Un'ora e mezza di film così divisa: 55% product placemente di vari brand di lusso, 5% di comparsata di stelline hollywoodiane più o meno sfigate - Kirsten, amore mio, Kirsten, perché l'hai fatto: Kirsten, ormai reciti con von Trier, mandali tutti affanculo, ti prego - 20% tentativo di denuncia sociale dell'esibizionismo e narcisismo dei social - 'sti cinque stronzi passano il tempo a mettere le foto su facebook - e l'ultimo 20% a cercare di recuperare i vecchi trucchi dello straniamento coppoliano, fatto di estenuanti, inutili, fallimentari scene a rallentatore.
the Bling Ring - Sofia Coppola
Sofia, Sofia, lascia che ti spieghi una cosa: non puoi fare una specie di documentario-denuncia sulla frivolezza e vanità dei nuovi adolescenti, legati all'apparenza e all'esibizionismo social e contemporaneamente uno spot ultraconsumistico che snerva con i primi piani delle scarpe, scarpe, scarpe! di Paris Hilton. Credevi davvero che ci saremmo cascati? Andiamo, dai. Potevi evitare quei venti minuti di scene messe qua e là che fanno finte di essere profonde, evitare di tentare di farci credere che quella specie di galleria instagram da fashion blogger che è il grosso del film, con le scarpe, i vestiti, le cazzate fossero delle vanitas cinematografiche.

Perché, davvero Sofia, mi sento insultata.

(E ce ne sarebbero altre diecimila da dire, ma non ne ho più la forza.)

Of haters and heroes

È qualche giorno che medito sui vari rapporti, più o meno morbosi, più o meno complessi, che si formano nell'inquietante e immenso World Wide Web.
Haters, lovers, troll, fan, stalker, lurker - e chi più ne ha più ne metta.

Che poi ci scordiamo sempre che l'Internet è l'Internet, che non è la vita vera: e che per quanto una persona possa esporsi e possa rendere pubblica la sua vita, quella persona resterà sempre e comunque un segreto, e quanto di lei sceglierà di mostrare sull'Internet, anche se fosse la sua interezza, sarà sempre una parte e non l'intero.

E quindi, sì, è normale parlarne male, criticare, dire qualche malignità: siamo esseri umani, e siam fatti di una buona dose di cattiveria, malevolenza. Nessuno avrebbe il coraggio di considerarmi disumana se, seduta al tavolino di un bar e vedendo passare una ragazza non vestita di mio gusto, commentassi la cosa con una mia amica. C'è un po' di cattiveria, certo: ma è cattiveria umana. Chi non l'ha mai fatto?
Diverso, capite, diverso è, per esempio, andare sotto casa di questa persona a urlare "STRONZA, TI VESTI DIMMERDA!" - ne cogliete, vero, la differenza?
Eppure su Internet i limiti sono diversi, e riuscire ad applicare l'esempio di queste due situazioni è un po' più complesso.
L'altra sera stavo ragionando di questa roba qua, e degli haters, e così via, poi ho preso la pizza e mi sono messa a guardare gli Incredibili.
Io l'ho sempre detto che i blogger sono dei supereroi. Ci sono quelli un po' Peter Parker, come me, ci sono quelli un po' Tony Stark come la Spora. Ci facciamo vedere o non vedere, diciamo o non diciamo il nostro nome. Ma comunque il blog resterà sempre una delle nostre identità. E l'altra, per quanto Tony Stark possa finire sui giornali, resterà sempre un segreto accessibile solo a chi Tony Stark l'ha visto dal vivo.
E - lo so che è triste averci le epifanie con i cartoni della Pixar, ma che ci volete fare, so' una persona semplice - qualche meccanismo m'è sembrato più chiaro. 

Spesso gli attuali haters erano un tempo i tuoi Fan Numero Uno.
Non avevo mai pensato veramente a questa cosa, ma scavando un tantino nella memoria, sia nella mia che in quella del computer, ho scoperto che sì, spesso e volentieri è così. Gli haters, gli haters quelli veri, quelli che ti vengono sotto casa ad urlare o nel blog a commentare anonimamente, spesso erano i tuoi Fan Numero Uno.
Fan che sono stati, spesso inconsapevolmente, o ignorati o maltrattati o delusi.
Gente che di solito di diceva sei fighissima! o sei fantastica! con un po' troppa foga, cosa che metterebbe un tantino in guardia qualsiasi persona con un ego di una metratura non patologica.
E tu, completamente ignara del pericolo che i Fan Numero Uno possono diventare, hai fatto uno dei seguenti errori.

Hai ignorato il fan - uno dei più classici. Ti manda una mail, tu ti scordi di rispondere, e quello se la lega al dito. Tu non l'hai fatto con cattiveria, affatto. T'è finita la mail in spam, oppure ti sei scordata, o non credevi fosse una mail che richiedesse una risposta. Loro lo considerano un affronto. C'è tutto un meccanismo di "ma chi cazzo crede d'essere questa" che va avanti, in solitaria, nella loro testa. Quelli che riescono a prendersela per così poco non sono però molti, e solitamente non troppo pericolosi. Si limitano a mandarti due o tre mail, lasciare due o tre commenti, facenti presente la loro stizza nei tuoi confronti: poi, molto pacificamente, iniziano ad ignorarti.

Hai maltrattato il fan - questi, questi sono di solito i peggiori. Sono convinti che il loro amore debba essere per forza ricambiato. Non accettano no, sotto nessun punto di vista. Solitamente la rottura definitiva è quando, pubblicamente, critichi una loro opinione o un loro commento. Chessò, banalmente: "Snob, guarda che belle queste scarpe!" "No, guarda, a me fanno cagare." Basta questo per scatenare il delirio. Da una parte si sentono pubblicamente umiliati, dall'altra traditi, da qualche altra parte ancora, più a fondo, inadeguati perché sono stati incapaci di capire che la pensavi in maniera differente. La maniera migliore, quindi, per eliminare questi sentimenti negativi e seppellire questa brutta sensazione è iniziare a spalarti merda addosso. Di punto in bianco. Con una grossa e larga pala da becchino americano. A due mani. Ho almeno una decina di esempi di questa tipologia di Fan Numero Uno, davvero, sono i più comuni e i più cattivi. Arriveranno al livello di cancellare i loro commenti sul vostro blog, pur di poter eliminare prova del fatto che, un tempo, loro vi amavano.

Hai deluso il fan - qui ci perdiamo nei nebulosi campi dell'ermeneutica web: non è più qualcosa che tu fai direttamente al fan, ma qualcosa che fai o dici in generale. Tu te ne stai tranquillamente sul water a leggere Topolino, per esempio, e ad un certo punto ti viene l'insana idea di condividere questa tua pratica su Twitter. Apriti cielo. "Snob, ma tu davvero leggi Topolino? Sul water?" "Eh, sì, a me garba leggere sul water. E leggere Topolino." "No, davvero, che delusione, non ti facevo una persona così :(". Un classicone del web. Ma una nuova scoperta sul tuo eroe preferito non potrà mai portare il livello di delusione che un cambio di rotta del tuo eroe preferito potrà portare. "Niente", scrivi "la Nutella è indubbiamente superiore alla Nocciolata Rigoni Asiago." "Snob, ma cosa dici!? Tu hai sempre detto che la Rigoni Asiago è meglio!" Ecco, in questi casi levate loro le certezze basilari. Noi blogger abbiamo le fattezze macchiettistiche e stereotipate dei supereroi, dei personaggi dei fumetti, dei telefilm: non possiamo evolvere. Non possiamo cambiare idea, gusto, opinione. Ce le vedete le Tartarughe Ninja a non mangiare più pizza, ma kebab? Ce lo vedete Sheldon Cooper a sedersi in un punto del divano diverso da quello a cui siete abituate? No.
Il fan deluso non raggiunge i livelli del fan maltrattato, ma è comunque peggio del fan ignorato.

Comunque, c'è moltissima letteratura scientifica in merito alla pericolosità dei Fan Numero Uno.
Tipo:

Tre Oggetti #4: Colazione da Tiger

Il rapporto che ho con Tiger è magico e complesso.
Ho conosciuto l'imbecillità nordeuropea di Tiger a Milano, durante una delle mie visite a Poupette: da quel momento in poi è diventato il mio rifugio nelle peregrinazioni depresse e senza senso attorno al Duomo.
Ma visto che i momenti di depressione non sono solo milanesi, ma anche - molto spesso - senesi, l'Universo ha ben pensato di agire in mio soccorso e m'ha rifornito di un enorme punto vendita Tiger in Pantaneto, a cinquecento metri da casa mia.
E quando sono depressa, ecco, ci siam capiti.
#1 Il cuscino del pianto
Non so se quelli di Tiger fossero a conoscenza de cuscino del pianto e avessero intenzione di crearne uno oppure sia stato un caso. Penso sia stato un caso perché quella foto - dal toccante, significativo ed epifanico titolo He loves me not - è stata scelta perché vincitrice del concorso fotografico annuale di Tiger - ma quanto sono dolci, quelli di Tiger? Fanno anche i concorsi fotografici. Io li amo.
Torniamo al cuscino del pianto. Il suo scopo è solo uno: quando sei triste ti ci abbracci forte forte e piangi. Punto. Mentre prima utilizzavo, per lo scopo, cuscini random, adesso ne ho uno preposto allo scopo. Me lo sono allegramente consumato l'altra sera, per i motivi ben narrati in questo post, e un po' anche la sera dopo, quando ho scoperto che quella domanda su ask.fm era tutto un grande fake e che qualche giovane e malata ragazza si diverte passando il tempo analizzando il mio ultimo anno di vita, scoprendo i miei punti deboli e fingendo di far parte della mia vita per scrivere cattiverie e farmi male. Quando capirò perché vi sto sul cazzo sarà comunque troppo tardi.
#2 La mascherina per gli occhi di lynchiana memoria
Di base ho comprato questa mascherina per un solo motivo: credo che qualsiasi oggetto abbia un gufo di fattezze inquietanti - no, quelli dolciotti e coccolosi non vanno bene - stampato sopra siano stati prodotti/creati/pensati/disegnati da qualche anonimo fan di Lynch che voleva far sapere al mondo che the Owls are not what they seem, e mi illudo che in qualche modo questo messaggio - inesistente - di questa persona - inesistente - sia rivolto a me. Alla fine, però, è risultata essere l'unica mascherina per gli occhi - e fidatevi che ne ho comprate parecchie - abbastanza comoda da poter essere utilizzata veramente per il suo scopo - puntualmente mi stanno scomode, antipatiche, mi tirano, mi fanno caldo, non so. Quindi, ecco, se entraste dentro la mia camera da letto trovereste questa scena a metà tra Twin Peaks seconda stagione e Colazione da Tiffany. Una cosa un po' disturbante.
(Ora che ci ripenso, un paio di settimane fa ho trovato questo gufetto-passerotto inquientantissimo fermo in mezzo alla strada. M'ha fissato per dieci secondi e poi è volato via. Creepy i gufi, creepy.)

#3 I necessari segnalibro-mosche
Così come i gufi di inquietanti fattezze, anche le mosche hanno uno spazio speciale nel mio cuore. Sono degli animali particolarmente brutti e inutili se valutati nella loro quotidianità ma che, a livello di oggettistica o artistico, riescono sempre a fare la loro porca figura. Le mosche hanno qualcosa di indefinibilmente proto-hipster, sono dei triangoli organici, non so: mi stanno simpatiche. Poi le mosche mi ricordano Il Signore delle Mosche di Golding e quindi che l'essere umane è basilarmente crudele e cattivo e capace di tutto il male al mondo. Che sono pensieri da tenere sempre ben stretti, soprattutto mentre si sta leggendo. 

Ashamed

Sapete che ho questo brutto vizio di ask.fm.
Stasera ero a cena alle Logge con la Ste e Eleonora, e mi è arrivata una delle solite domande senza punto interrogativo.
L'ho cancellata subito perché non volevo più vederla, diceva qualcosa così.

Sono stata a letto con quello di Milano con cui sei andata l'anno scorso. Ancora ride di te, delle tue frasi poetiche e della tua dichiarazione d'amore su Twitter.
Ho provato una pena indescrivibile. Ho provato schifo, disgusto, vergogna. Mi sono sentita piccola, stupida, patetica, disgustosa, ridicola. Mi sono sentita come non mi facevano sentire da tanto tempo, mi sono sentita come mi ero scordata di potermi sentire. Volevo non essere me stessa: volevo essere altra, volevo uscire dal mio corpo e reincarnarmi in altro, in qualcuno di forte e crudele al lato della persona forte e crudele che ha scritto queste parole, e insieme a lei ridere di me, di quello che ero, di tutto lo schifo che facevo.
Poi mi sono chiesta: possibile? Possibile che riescano a farti vergognare anche di questo? Farti vergognare di aver amato, stimato, voluto tutto il meglio per una persona?

Umanità quanto mi fai schifo.

Heaven knows we need never be ashamed of our tears, for they are rain upon the blinding dust of earth, overlying our hard hearts.

The hole is not the whole

Questo post fa parte dei tanti, tanti post di sesso che avrei sempre voluto scrivere ma puntualmente non scrivo mai per tutta una serie di motivi.
Mica per nulla, eh: ve ne state tutte a farvi le foto alla fashion week con la nuova gonnellina Zara, ed io qui a combattere e a cercare d'emanciparvi sessualmente. Non mi sembra giusto. Voglio farmi anch'io le foto con la gonna Zara.
E invece ho trovato questa fotografa, Sophia Wallace. Che con il suo ultimo progetto, Cliteracy, mi ha convinto a scrivere qualcosa.
Ok, c'è stato un lungo periodo in cui non si sapeva nulla di anatomia femminile, il clitoride non aveva neanche un nome e il sesso aveva due soli scopi: la riproduzione e il piacere maschile. Che anche noi donne avessimo la possibilità o la voglia o il diritto di godere non era argomento di conversazione. Per quelle che hanno provato a far presente questo desiderio hanno inventanto una malattia: l'isteria.


Nonostante la situazione sia andata un tantino chiarendosi a livello medico, è arrivato Freud a complicarla: ha diviso i possibili orgasmi femminili in due tipi. Quello clitorideo, immaturo, infantile, nevrotico e quello vaginale, caratteristico della donna finalmente entrata nell'età adulta e priva dell'immaturità adolescenziale.
(Cazzata.)
Quando poi i medici sono finalmente arrivati a dire che non si poteva bistrattare così l'orgasmo clitorideo e che è quello vaginale, di base, a non esistere, ormai il danno era fatto: ci avevano ormai convinto che, se volevamo essere considerate donne adulte, c'era da godere con questi amplessi a stantuffate veloci, con l'amato clitoride che se veniva preso in considerazione era solo per errore, o posizione fortuita.

E così arriviamo ai giorni nostri dove la situazione, da quel che vedo in giro, non è affatto cambiata.
Gli uomini continuano ad ignorare il principale organo sessuale femminile. Si concentrano su tutt'altro. Vogliono andare a fondo, vogliono fare gli speleologi, vogliono andare giù nella caverna per trovare il tesoro dei pirati, Viaggio al Centro della Terra, vogliono salvare Alfredino, vogliono andare giù giù giù nonostante ormai sia cosa nota che l'interruttore della luce è fuori.
Perché, perché, ragazzi miei? Dovete spiegarmela questa cosa: dovete spiegarmi come mai nonostante tutti lo sappiano, tutti ve lo abbiano detto, tutti i medici siano d'accordo, dovete spiegarmi come mai, nonostante anche su Wikipedia ci sia la foto voialtri continuate a fare i vietcong ed insistete con questa storia del tunnel.
Qual è il vostro problema?
State cercando il punto G?
Ma perché affannarsi con una cosa di cui neanche io conosco l'esistenza quando la soluzione a tutti i vostri problemi è lì, in bella vista?

Cosa vi sfugga, io non riesco proprio a capirlo.

E giuro, ne ho incontrati tanti che credevano di saper amare, e puntualmente si concentravano altrove.
Esempio classico: in molti degli amplessi si arriva alla fase che io amo chiamare, in gergo, digital love. Ecco, il digital love non è pensato per la buca del bianconiglio. Il digital love è pensato per il grilletto, l'interruttore, l'iceberg, la montagnola del piacere: il digital love è per il clitoride. Andare a ravanare più giù con un paio di dita, quando anche la stessa e completa penetrazione è ampiamente sopravvalutata, è un errore madornale. Se siete fortunati la tipa non sentirà nulla. Se siete sfortunati verrete ricordati per tutta la vostra vita con i seguenti nomignoli: Wolverine, Freddy Kruger o La Ruspa.
(No, Andrea, non sto parlando di te.)
(Anzi, sì, ok, scusa: sto parlando di te.)
O anche, un'altra cosa: il chupa-chups che stavate cercando è tra i cinque e i sette centimetri più in alto rispetto a dove state ora con la lingua.


Ricordatevelo sempre:  
the hole is not the whole.




A tale of two smartphones.

Come ben sapete, io sono contro il fare il post sul nuovo iPhone quando esce il nuovo iPhone.
Quindi non ci metteremo a parlare del nuovo iPhone - o almeno, lo faremo solo marginalmente - e parleremo, piuttosto, del mio vecchio iPhone.
In poche parole, un prolungamento della mano.
S'è fatto con me tutte le ultime avventure: è rimasto sessanta secondi sott'acqua, n'è uscito quasi morto, è stato riparato per miracolo - e, avremmo scoperto poi, un po' approssimativamente - in una bottega di Saigon, dove ho passato un'ora a tentare di sbirciare sul tavolo di lavoro del vietcong iphonista - ribattezzato da Livia, che essendo medico si sentiva in diritto di tenermi lontana dalla sala operatoria e farmi la telecronaca, u precisu.
"Fidati, i parenti non li facciamo mai guardare."
"Ma mica è una persona, daje, non fa' la scema."
"Certo che cazzo ce ne sono tante di viti."
"..."
"Ma tante tante."
"..."
"E minuscole."
"..."
"Mi chiedo come cazzo farà a rimontartelo."
Come ho detto, mi è stato reso, ma con qualche trauma incurabile che si è però iniziato a manifestare successivamente.
Nel frattempo ha fatto il suo giretto in Vietnam, è stato abbandonato in Thailandia presso il famoso Nana Hotel, richiesto, negato, recuperato da uno squadrone della morte dell'UPS, consegnato al Mail Boxes etc di Monte Urano - non sapevate che esistesse un paese chiamato Monte Urano? Neanche io.

Insomma, passiamo ai vari traumi: la batteria regge tipo due ore, anche meno degli standard iPhone. Il touchscreen a tratti impazzisce e perdo completamente il controllo del mezzo e inizia a mandare DM, defolloware gente, mandare mail, fare foto, il tutto autonomamente per tipo tre minuti, prima di spegnersi e cadere morto. A tratti lo schermo si oscura però la dietro tutto continua a funzionare come dovrebbe. Ogni volta che lo metto in ricarica inizia a vibrare. E non smette se non dopo dieci minuti. I pixel dello schermo si stanno lentamente suicidando. Ogni tanto uno di loro fa pop! e si brucia. E, ancora più drammatico: le casse non funzionano, il microfono non funziona, non funziona nulla sotto il punto di vista audio. Telefonare è impossibile. So cosa si prova a mandare un figlio soldato e poi vederselo tornare mezzo scemo.

Per questo motivo ho dovuto comprarmi qualcosa per essere supportata telefonicamente.
(Una settimana dopo la Nokia è stata acquisita dalla Microsoft, e ho iniziato a guardare 'sto Nokia Asha come se fosse un nemico dello stato.)
(Contando che poi ieri sera quei rosiconi della Nokia, su twitter, si sono messi pure a trollare l'Apple, ci sono buone probabilità che lo butti nell'immondizia nel giro di qualche giorno.)
Caratteristiche: batteria che dura cinque giorni, pixel grossi come i diamanti di un trilogy, touchscreen sensibile come il pene di un adolescente che si masturba troppo e con la strabiliante capacità di farti provare la sensazione di twittare col telegrafo del Titanic.
80 euro, e telefona.
L'ho preso.

Ma credevo sarebbe stata una cosa breve. "Il 10 presentano il nuovo iPhone" mi dicevo, "per Ottobre lo avrò in mano e tutto tornerà a posto."
Seh.
Adesso chi ci va avanti per quasi tre mesi in questa situazione, con due smartphone che di smart non hanno più nulla?

I am the greatest, I said that even before I knew I was.

Premio Sele d'Oro Mezzogiorno - giorno #3

Alle conferenze ci sono gli esperti, i professori, i politici, gli imprenditori.
E poi ci siamo noi: questa manata di folli con mestieri inesistenti, con competenze da nomi incomprensibili, con vite passate su treni FrecciaRossa e voli RyanAir, con tutto il nostro lavoro dentro un iPhone che - nonostante tutto - ce ne stiamo lì, a scardinargli le certezze e le poltrone da sotto i culi un post alla volta, un like una volta, una start up alla volta, un corto alla volta.
Una speranza alla volta.
E loro - dubito lo facciano con cattiveria - se ne stanno lì a ripeterci, con quella loro concretezza priva di soluzioni, con quella loro tangibilità, quanto le cose vadano male per i giovani, quanto poco lavoro ci sia per i giovani, ma qualcosa di quasi nullo nella voce ti fa intendere che un po', questi giovani, se lo sono meritato. Non si capisce poi perché.

Ma noi si continua, con le nostre armi invisibili: Angelo, Emira, Carlos, Valentina, Pierluigi, Roberta, Luca, Mario, Fabrizio.
Emma, a cui hanno detto che il suo progetto era carino, i suoi video una bella favola, con quei sorrisi che volevano essere d'incoraggiamento ma che prendevano pieghe strane, che parlavano delle sforzo necessario che serviva per ignorare questa nostra stupida, piccola, cibernetica magia.

E in queste decine di microtensioni colgo altro, una lotta - che d'un tratto so non star avvenendo solo qui sul Sele, ma anche oltre, ma anche fuori, ovunque: d'un tratto so che c'è un noi e c'è un loro, e so che anche altri dei nostri, forse anche migliori, in questa Italia che sembrava speranza stanno combattendo. 

E non posso che provare gioiosa meraviglia nel vedere questi vecchi tremare sotto i nostri colpi.

Premio Sele D'Oro - day uno e mezzo, o qualcosa così

Insomma, contro ogni aspettativa data la mia ultima tendenza a non riuscire ad arrivare dal punto A al punto B senza che il mezzo di trasporto che sto utilizzando mi si apra sotto i piedi o si fermi o si autodistrugga, sono riuscita a fare Fabriano - Roma Termini -Salerno - Oliveto Citra senza particolari traumi.
(LODE A ME.)

Onestamente non sapevo cosa aspettarmi, sotto nessun punto di vista. 
Non sapevo cosa aspettarmi dalla Campania perché, a parte un week-end a Napoli quando avevo tipo sei anni, non sono mai stata più a sud della linea Roma-Tortoreto Lido. Sarà per questa cosa che m'hanno messo in testa i miei, che finché si hanno le forze per andare fuori si deve andare fuori, e l'Italia c'è da tenersela per la vecchiaia, per quando il Titicaca sarà troppo alto o il Perito Moreno troppo freddo o roba così.
Non sapevo cosa aspettarmi dall'evento stesso perché, a causa dei vari disguidi tecnologici di cui già conoscete più che bene i motivi mi sono ritrovata a non avere contatti con lo staff del Sele d'Oro per diversi giorni e ad avere, quindi un'idea un po' vaga del tutto.
Non sapevo cosa aspettarmi dalla gente, dagli altri: non sapevo chi altro sarebbe venuto, e perché; non sapevo perché avessero scelto di invitarmi - questa cosa ancora non m'è chiara, in effetti - e così via.

Sarà perché non avevo aspettative, perché sono partita, come al solito, nec spe nec metu, ma sono arrivata qui e tutto è fantastico: il posto, l'evento, la gente. Ho passato - quanto? - circa ventiquattr'ore qua e sto già in hangover da stimoli, incontri, proposte, idee. Sto incontrando un numero di persone meravigliose, tra cui adesso mi limito a nominare l'uomo che m'ha invitato, quel tremendo genio di Angelo Napolillo con il suo Modaholic - non fidatevi: a vedere il blog sembra una persona per bene e responsabile, invece è un folle di primissima categoria.

In tutto questo mare di bellezza ed entusiasto e di giovane voglia di fare e di prospettive future e così via, non ho avuto la prontezza di defilarmi quando m'hanno buttato là questa cosa dell'intervista radio.
Sì, vogliono farmi un'intervista alla radio. In diretta.
Traumi tali non erano più stati provati dai tempi dei video della Spora.
Dovrò parlare pubblicamente per tipo tre fatali minuti, non so se ce la farò a rendere comprensibile al prossimo la mia pessima voce con la mia pessima cadenza e se riuscirò a rispondere intelligentemente alle domande che mi faranno - lo sapete, mi sono rimasti i neuroni annacquati.
Comunque, nell'eventualità vogliate sfottermi un po' mentre faccio le mie solite belle figure, potete seguire il programma radiofonico Buongiorno Sud attraverso twitter, facebook e ascoltare la mia celestiale voce in streaming su Radio MPA. Il programma inizia circa alle 10, io sarò mattutina quindi cercate di esserlo pure voi.
E sostenetemi moralmente in questi momenti difficili.

Tre Azioni #3 - film più o meno inutili edition

Curiosamente, la videoteca della Qatar Airways, oltre ad un'innumerevole schiera di film arabi/indiani, era rifornita di assurda roba giapponese e classici americani.
Oltre i Goonies, i Gremlins, ed in poche parole tutta la filmografia di Spielberg, ecco le proposte di maggior successo mentre me ne stavo ranicchiata a non so quanti milametri di altitudine.
#1 Vedere Library War
A quanto pare questo film è tratto da una cosa giapponese chiamata light novel, che da quel che ho capito dovrebbe essere quello che il mondo occidentale chiama young adult novel, 'nsomma, stringendo, i romanzetti per liceali. A parte questa piccola digressione di stampo editoriale, diciamo che se volete passare due ore nel vedere qualcosa che si colloca al centro dell'ambiguo triangolo che ha ai suoi vertici gli shōjo manga, G.I. Jane e Fahrenheit 45 be', ecco: dovreste vedere Library War. Lasciate che vi delizi con il trailer, in lingua e senza sottotitoli: Library War Trailer. Vi sto passando un prodotto così terribilmente hipster e di nicchia che anche nell'eventualità vi facesse schifo non ve ne accorgereste, fidatevi.
#2 Vedere Carrie
Ho scoperto che qualche assassino ha già girato un remake di Carrie e che questo sarà nei nostri multiplex a partire da questo autunno - Snob! Ma è già autunno! Taci idiota, l'autunno inizia ufficialmente il 21 di Settembre. Fino ad allora per me sarà estate estate estate, chiaro?
Ora: pensano davvero di poter eguagliare la meravigliosa - è il film tratto dai libri di King che preferisco in maniera assoluta - opera di Brian De Palma? Nel dubbio, prima che vi troviate a vedere il remake, date un'occhiata all'originale, per favore: Carrie Trailer. La patina fine anni '70 e il lo-fi sono ovunque. Liceali americani, lezione di ginnastica, ballo della scuola, litri di sangue, decine di morti: amo.
#3 Vedere Jailhouse Rock
Ve l'ho mai detto che amo Elvis? No, perché magari v'è sfuggito. Io amo Elvis. La musica di Elvis è l'unica musica che io riesca ad apprezzare pienamente, a trecentossessanta gradi, senza dubbi o remore - cosa che non riesco a fare neanche con gli Alt-J, pensate voi. E la Qatar Airlines offriva questa fantastica manifestazione della protodecadenza occidentale, uno dei tanti film di Elvis che sono, in poche parole, dei luuuunghi video musicali con tanto tanto prologo e tanto tanto epilogo. Se non volete vedervi tutta la storia del giovane galeotto testacalda mentre combatte gli squali della discografia americana anni '50 e volete vedere solo il video, eccolo qua: Jailhouse Rock.

Comunicazione di servizio 
Da domani sarò ad Oliveto Citra, per la 29° edizione del Premio Sele d'Oro. Il motivo per cui lo staff di un Premio di un certo livello e di una certa serietà, arrivato alla ventinovesima edizione - che, diciamocelo, è parecchio - con un pedigree di tutto rispetto mi abbia invitato come ospite resta un mistero. Infatti sono ancora convinta che questa sia una grande candid camera e che, arrivata col FrecciaRossa a Salerno, non troverò nessuno ad aspettarmi. 
(Lettori di Salerno, se ci siete: iniziate a farvi sentire/vedere, che potrei aver bisogno di ospitalità per una notte.)
Comunque, da domani, from Campania With Love.
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