Diario di una Snob - fashion, lifestyle, travel blogger from Tuscany, Italy: Un po' di sano fatalismo OR lo scaricabarile sentimentale

Un po' di sano fatalismo OR lo scaricabarile sentimentale

Per motivi che sfuggono alla mia comprensione
so benissimo che il novanta per cento dei miei post inizia così, ma non pensate che sia la mia comprensione a lasciarsi sfuggire tutto, eh, è il mondo che è assurdo
dicevo: per motivi che sfuggono alla mia comprensione su Ask.fm mi fate domande sentimentali.

Oltre al fatto che sono seriamente tentata di aprire una posta del cuore vecchio stile, nel senso che dovete proprio mandarmi tipo la lettera a casa con gli adesivi a forma di stella di unicorno e di arcobaleno proprio come quando si mandavano le lettere a Cioè - io però a Cioè non l'ho mai mandata una lettera: essendo cresciuta in una casa democristiana a parte la deriva fascio-leghista dello SnobPadre, io leggevo il Giornalino (ed. San Paolo, dove ora lavora Sissi, la mia ex coinquilina cattolina) e mandavo le lettere alla rubrica di RAFFA X TE del Giornalino o all'ancora più professional ZIO GIO'. Soltanto più tardi scoprii che la figamosciezza delle loro risposte era causata dalla loro inguaribile cristianità, ma a otto anni non era ancora capace di distinguere i cattolici dalla gente normale.

Comunque, stavo dicendo?
Scusatemi ma secondo me c'ho la carenza di qualche macroelemento fondamentale, ho passato la giornata a letto a soffrire sia di crampi che di mal di testa e quindi insomma non sono troppo recettiva.

Comunque moltissime domande, nonostante siano diverse, hanno una base comune.

"È un mese che non lo sento, che devo fare?"
"Se lui non si fa sentire mi devo far sentire io?"
"Sembro piacergli, ma poi non si fa sentire per giorni ma se io gli scrivo lui mi risponde."

Ecc. ecc. ecc.


Avevo sei anni ed ero follemente innamorata di Matteo Massi. 
Io e Matteo avevamo tantissime cose in comune: ci piaceva scrivere - a me racconti, a lui poesie - eravamo entrambi grandi appassionati delle Giovani Marmotte - di cui avevamo tutti i manuali - passavamo il nostro tempo a giocare nel giardino della sua villa raccogliendo foglie, costruendo trappole per uccelli, guardando insetti al microscopio o cose così.
Se la maestra chiedeva a Matteo di andare alla cattedra per correggere i compiti, io subito alzavo la mano e andavo a correggerli al posto suo. Se Matteo scordava di comprare l'ultimo numero delle Giovani Marmotte io, che ero abbonata, gli regalavo il mio.
Passavamo moltissimo tempo assieme, e più passava il tempo e più io mi innamoravo, immaginavo un nostro futuro da esploratori-astronauti-scrittori assieme - io, per la precisione, volevo fare la biologa marina - e al nostro matrimonio che sarebbe stato alle Hawai'i oppure sott'acqua con lo sfondo della barriera corallina, o se fossimo diventati degli scienziati veramente famosi ci saremmo anche potuti sposare sulla luna, o cose del genere.

Io e Matteo eravamo perfetti l'uno per l'altra, ne ero sicura. Non c'era nulla di più ovvio. 
Quindi non capivo come mai Matteo non si decidesse a fare la prima mossa e a dire qualcosa. Non doveva essere una grande dichiarazione, non doveva sforzarsi troppo: bastava uno sguardo, una parola, un minimo gesto che mi permettesse di zittirlo, tranquillizzarlo e dire "Sì, anch'io."
E tutto sarebbe andato avanti come doveva andare, e non di gran lunga diverso di come già andava.
Lasciai passare mesi, forse anche anni - ricordo la tremenda sofferenza dei mesi estivi passati al mare con i miei nonni e dell'impossibilità di sapere cosa stesse facendo Matteo - finché, ad un certo punto, mi decisi: su di un foglietto di carta scrissi, nell'alfabeto segreto delle Giovani Marmotte, le due parole più cazzone del mondo, le due parole che anche adesso dico alla gente come se niente fosse: ti amo.
Zac, e ne ero convita, eh. Ne ero convinta allora come ne sono convinta adesso.
Il bigliettino passò di mano in mano e superò i tre banchi che ci separavano.
Lo vidi prenderlo in mano, aprirlo, leggerlo.

E non fare niente.

Niente.

E continuò a non fare niente per le seguenti ore, per le seguenti giornate, per le seguenti settimane.
Insomma: non ebbi mai risposta.

Il rapporto andò a puttane, naturalmente, ma nonostante questo mi dispiacesse perché nella mia classe non è che ci fossero tanti bambini interessanti - diciamo che la metà dei maschi fa il metalmeccanico, la metà delle donne ha già sfornato un pargolo e fa l'estetista, i rimanenti credo siano dispersi - la cosa che più mi ferì fu la non risposta.

Traumatica non risposta.
Cioè, neanche degnarti di un vaffanculo.
Che capisco che adesso ti si tengono sempre buona per una trombata che non si sa mai e ogni buca e trincea e quindi fanno i vaghi, ma all'epoca cazzo non pensavamo a trombare, affatto.

Comunque, mi convinsi di una cosa: non avrei mai, mai mai rifatto il primo passo con uno.
Mai. Infatti dopo un paio d'anni, alle medie, stavo a mandare un sms non molto dissimile a Guido, e poi ad Alessandro, e poi a Marco, Andrea, Gabriele, Juri, e chi più ne ha più ne metta.
Cosa mi aveva fatto tornare sui miei passi?
Cosa mi aveva obbligato a fare il primo passo?
Oltre alla connaturata ambiguità dell'essere che mi stava di fronte - era arrivato il momento in cui gli uomini facevano i vaghi nella speranza di tenertisi buona per un lavoro di mano o cose così - era questa netta impressione che le cose non sarebbero mai accadute a meno che non fossi io a farle accadere, che io avessi la responsabilità nei confronti di un disegno superiore e nei confronti dell'uomo indeciso che mi stava di fronte di compiere quell'atto, pena il rischio di veder scomparire la potenziale storia d'amore.
Che poi scompariva puntualmente.
E allora a quel punto mi dannavo, perché magari ero stata io - io che ero la chiave di volta, Gesù Cristo, lo Kwisatz Haderach, la prescelta, colei che doveva permettere al destino di compiersi - a fare qualcosa di sbagliato - ah, così indegna del mio compito! - e mandato tutto a puttane.



Perché vi ho raccontato tutta questa roba?
Perché ecco: ero tutto tranne una persona zen o menefreghista, un tempo.
E non so neanche come abbia fatto a diventarlo, davvero - l'unico evento grosso che posso ricordare, tra la me che soffriva per amore e la me che se ne fotte altamente, è il Vietnam. Forse è stato il Vietnam.

So soltanto che adesso vado avanti con due precise regole.

Numero Uno: se una cosa deve accadere, accade. Se non deve accadere, non accade. Ed il nostro affannarsi attorno ad essa è completamente inutile, se non dannoso per la nostra sanità mentale. Mentre ci sono un certo cose che, parzialmente, possiamo gestire ed indirizzare - il nostro lavoro, le nostre finanze personali, la nostra salute, il nostro stile di vita - l'amore è una di quelle cose su cui non abbiamo assolutamente presa, né controllo. Niente. Nada.
Quindi, perché passare il tempo a crucciarsi?

Numero Due: se uno ti ama farà di tutto. Esattamente come io ho passato quasi vent'anni a fare di tutto - prendere treni, mandare lettere, pregare divinità, minacciare gente, fare regali, far fare trecento RT ad un tweet con una dichiarazione. Te lo farà capire. Se non te lo ha ancora fatto capire - brutta notizia - è perché non gliene fotte una sega. Limpido e assoluto. Quindi, come vedete: anche in questo caso la cosa non dipende da noi. Se è interessato si farà avanti, se non è interessato non si farà avanti. Ogni nostro contatto o tentativo di aggiustare le cose non farà altro che prolungare l'agonia o spegnere un eventuale interesse. In conclusione, signore mie: non mandate messaggi, non fatevi sentire, fregatevene altamente. Ma non fatelo con cattiveria, o rabbia, o volontà di competizione - lui ha risposto dopo dieci minuti quindi io non gli rispondo finché non bla bla blah - no: mettetevi, semplicemente, l'animo in pace.

Io sto vivendo una pseudo-relazione che teoricamente avrebbe dovuto ridurmi allo stremo delle forze, o al suicidio, o alla pazzia, o a tutte e tre assieme. A volte mi sveglio la mattina cercando tutte quelle sensazioni negative che caratterizzavano in maniera così assoluta qualsiasi mio intrallazzo sentimentale.
Ripeto, non so cosa mi sia successo, ma: non me ne fotte una sega.

Fate scattare nel vostro cervello l'interruttore del FOTTESEGA.
E vedrete che si campa molto meglio, che lui si faccia sentire o no.




11 commenti:

  1. Ti capisco e condivido a pieno: la mia pseudo-relazione sentimentale durata un anno è appena finita. Senza che sia mai stata caratterizzata dall'ansia, dallo stress o dai primi sintomi di pazzia.
    Forse bisogna passare per una relazione folle fatta di amore sofferto e unilaterale, comunicazione distorta e bugie in più o meno buona fede.
    E alla fine ho capito anch'io che se ci tengono te lo fanno capire e te lo dicono.

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  2. Sono d'accordo con te. Se una cosa deve accadere, prima o poi accadrà. Ma, soprattutto, se lui è interessato a te, si farà avanti.
    Il discorso del fottesega è bello, utile, giustissimo ma...è difficilissimo da seguire! Almeno per me, che ho provato in tutti i modi a non costruirmi i castelli per aria dopo il primo bacio ma senza riuscirci mai.

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  3. Santissima verità: quando ho letto "La verità è che non gli piaci abbastanza" (manualetto stupido e senza pretese ma veritiero, non come il film pieno di buoni sentimenti) mi si è aperto un mondo:

    se non ti chiama, non gli piaci
    se vuole tornare con te, te lo dice
    se vuole uscire, te lo chiede

    Punto.

    Ci si mette l'anima in pace almeno.

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  4. Snob, io ti adoro. Se ti incontrassi, un giorno, ti manderei un bigliettino scritto nella lingua segreta delle Giovani Marmotte, e ti chiederei: vuoi essere mia amica?
    Sono quella del: "non si fa sentire da un mese, che faccio?", e le tue parole - anche quelle di questo post - mi sono sempre di conforto.
    Non so come si faccia ad azionare la modalità FOTTESEGA, vorrei tanto capirlo, invece di stare qui ad autodistruggermi e ad avere la sensazione di dovermi scusare con una persona che invece dovrebbe essere lei a scusarsi con me.
    Ma grazie, grazie davvero.
    Alessandra

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  5. Il fottesega è davvero la formula fondamentale e dovrebbe essere adottata in parecchi altri ambiti della vita oltre a quello sentimentale.
    Non parlo di fregarsene per risentimento ma per pura e semplice serenità d'animo, cioè nel senso caro mio se ti sono chiare le mie intenzioni mica passerò le mie giornate a soffrire guardando il cellulare in attesa che tu ti faccia vivo (ok sì forse un po' vabè ma mica muoio per causa tua sto bene sto bene sto bene sto da dio, ah questa lacrimuccia no è che ho quest'allergia sai..).

    E poi davvero questa storia del "Sembro piacergli, ma" deve finire. Perché sembri piacergli ma evidentemente NO.

    Snob credo che la tua saggezza sarebbe meglio sfruttata se ci concedessi qualche consiglio snob per sopravvivere ad una relazione finita perché quelle sì che spesso sono botte dure e giustificate, piuttosto che sopravvivere alle sofferenze di un qualcosa che purtroppo manco esiste.
    Abbraccioni

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  6. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  7. Il problema è che non c'è modo di far scattare l'interruttore del fottesega.
    Sono mesi che cerco di convincermi del totale disinteresse di questo tipo che mi piace, e puntualmente al minimo gesto insignificante (smile su Facebook, auguri di compleanno, cenno di saluto per i corridoi dell'università, domanda gentile sul mio stato di salute) riesco a mettere su una commedia romantica in tre atti che manco Gary Marshall nel periodo d'oro.
    Quindi, boh. Dite che c'è modo di entrare nel mood fottesega di forza?

    Comunque, Snob, ti leggo sempre ma non commento mai. Volevo dirti che scrivi benissimo.

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  8. Limpido e cristallino.
    Quella scrollata che i tuoi amici non riescono a darti.
    E il mio primo commento dopo tante letture.

    Grazie.

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  9. Anch'io, dopo catastrofiche peripezie amorose, sono arrivata a queste conclusioni. Ora conduco una vita molto zen senza ansie e paranoie!

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  10. Esigo altri consigli sul FOTTESEGA, Snob.
    Ahhh, meglio che non ti racconto i giorni passati a controllare gli accessi su fb messanger e whatsapp. A volte mi sento così ridicola e penso "chissà se anche lui lo fa".

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  11. Muoio un po'. Nel senso che anche a me è successa una cosa simile quando ero bambina: le mie "amiche" andarono a dire al bambino che mi piaceva che c'era qualcuna che gli andava dietro, dopodiché orchestrarono un incontro nei giardini dietro la scuola per rivelargli che ero io. La sua reazione nel vedermi fu un semplice: "ah, lo sapevo che eri tu", quindi restammo un po' in silenzio (io in trepidante attesa di un commento e/o una risposta) fino a che ognuno se ne andò per la sua strada. Sob.

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[Ricordate sempre: good grammar is sexy.]

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