Diario di una Snob - fashion, lifestyle, travel blogger from Tuscany, Italy: gennaio 2015

Ansia da architettura d'interni

Mentre vi scrivo i miei amati - amati - muratori, di sopra, hanno, credo, iniziato a fare la gettata di cemento. O si dice direttamente gettare il cemento? Cazzo ne so.
Comunque la mia ultima settimana di bestemmie imprecazioni pianti minacce mal di testa a qualcosa è servita: il cazzo di soffitto è concluso, buona parte della casa imbiancata. Certo: ho i cavi della luce che sporgono orfani da vari punti, l'idea del parquet che va rivista e forse accantonata a causa delle travi, ma insomma, io e CERVO abbiamo un tetto sulla testa.

Tra lavorini e lavoretti è la quarta volta che metto mano a questa casa, e ogni volta è come ritrasferircisi dentro, e vai casino, ansia, libri ovunque, vestiti ovunque, roba che ti si rompe mentre la sposti - tipo, ho spaccato una delle mie preziosissime Philips Hue - eccetera, eccetera, eccetera.
Senza contare tutti gli altri casini lavorativi e sentimentali, non ne parliamo per nulla, guardate.

L'unica gioia di questi giorni è rappresentata dalla scoperta fatta ieri sera: senza che io ne sapessi nulla, l'ultima stagione di WHITE COLLAR è iniziata ed è finita. Il che significa che ho ben sei episodi con i quali attutire gli scazzi di questi giorni, yeah!

Se non avete mai visto WHITE COLLAR, fatelo: è un telefilm del tutto rispettabile, gradevole, e con il protagonista maschile che fa il ladro d'arte, è quasi oscenamente prestante e passa minimo cinque minuti di ogni episodio a torso nudo senza un motivo particolare, anche quando sta compiendo attività come dipingere o cucinare o boh.



Anche se ok, sarò onesta: il motivo per cui mi è piaciuto da subito questo film è un altro. Oltre a tutta una serie di valide giustificazioni narrative e stilistiche, quello che visceralmente mi ha fatto innamorare di White Collare è stato l'appartamento di Neal Caffrey.

Sì, ho un grosso problema con le case. Si nota? Si è capito? Contante che sono alla quarta offerta di lavoro che ricevo fuori Siena in un mese e alla fine tergiverso e rifiuto perché checcazzo, ho appena rifatto il soffitto! E il cartongesso! Davvero mi volete obbligare ad andare in un appartamento di quelli con i bagni lunghi e stretti e piastrellati di beige?

La perfezione: forse è appena un po' troppo Oh guardami anche se sono un americano conosco e apprezzo lo stile di vita europeo vino rosso! arte! camicie di sartoria! però capite pure che pretendere questo tipo di sprezzatura è eccessivo.
Quanto gli invidio tutte quelle cazzo di finestre e vetri e terrazzi. È tipo l'open space perfetto.

Poi sì: ci sono dei grifoni di pietra nel terrazzo. E quello è un manifesto de La Città Morta con la Duse. Caminetto! Non l'ho mai visto acceso, ma: caminetto! E poi c'è la scala misteriosa che mi sa che porta al tetto però boh.

Comunque: se avete siti fighi dove rovistare alla ricerca di idee arredatizie o trend che volete segnalarmi fate pure, ho bisogno di confrontare le mie ansie da interior design con il prossimo.

Rabbia

Ho sognato
di tradirti
con un mio compagno di classe delle elementari.

Dopo aver fatto sesso mi stringeva e mi ha detto “Ti amo. Sposiamoci.”
“Sì.”

Mi sono voltata verso di lui, gli ho mandato uno sguardo dolcissimo dal basso verso l'alto. Come fanno le donne.
“Sì” gli ho detto, premendogli la mano contro il petto “Oh, sì” ho ripetuto “sei così mediocre, così terribilmente mediocre” ripetevo, affondandogli la mano nel torace, lo sterno e le costole che si spezzavano come travi legno navi sotto le mie dita “Sì, sposiamoci subito” gli ho detto, già dentro di lui fino alla spalla “Sì“ dicevo affondando nella bara - buio, acqua, di nuovo, oh Dio no - “Sì” ripetevo inudita, immersa, nuda, completa, nella sua scatola toracica.

“Sì, sei così mediocre, sposiamoci subito, ti prego.”


Double B Tailored Beauty: finalmente posso giurare fedeltà a dei cosmetici.

Come avrete visto sui social, qualche giorno fa - ok, ormai un paio di settimane fa, a dire il vero - io e la dolcissima Sara di Double B Tailored Beauty ci siamo conosciute attraverso la multiforme e tentacolare Spora - ciao Spo! - e ci siamo messe a parlottare di cosmetici ecobio.

Io da quando ho scoperto l'ecobio vivo una vita peggiore. Un tempo ero un essere felice che si abbandonava al packaging e alla pubblicità senza remore, comprando tanto le creme costose quanto quelle economiche e spalmandosele con soddisfazione in faccia. Poi - era il 2006 - arrivato il forum di Capelli Di Fata, e con lui l'ecobio e la consapevolezza di paraffina, siliconi, cessori di formaldeide e tutta l'allegra combriccola. Incapace di memorizzare qualsiasi nozione o nomenclatura più complessa di paraffinum liquidum o dimethicone e priva della volontà di segnarmi l'inci, controllarlo a casa e poi tornare in negozio a comprare mi sono trovata a vagare per i vari Limoni, Tigotà, Gardenia, Acqua e Sapone come un prete che ha perso la fede. 
E adesso che cazzo faccio? Che compro? Che ne so che non so comprando qualcosa di occlusivo e brufolizzante? Oppure qualcosa di terribilmente inutile e costoso?

Insomma, il piacere di girare per gli scaffali delle varie catene di prodotti cosmetici è stato ridimensionato dalla scoperta dell'ecobio - portando anche, non lo nego, enormi vantaggi al mio portafogli. Però ecco, ogni volta che devo comprare una crema viso è un'impresa colossale: guardare l'inci, cercare di scovare tanto la roba buona quanto la malefica, portarselo a casa, mettersela per quattro giorni, scoprire cercandone poi la recensione tipo sull'Angolo di Lola che fa schifo, smettere di mettersi qualsiasi cosa per evitare ogni problema.

Mi sono ridotta a livelli tali che molti dei miei beauty staples sono in poche parole ingredienti: olio di cocco, olio di argan, argilla rhassoul, aceto di mele. Probabilmente anche gli antichi Egizi - scusate, questo è Wilbur Smith che mi è entrato dentro - utilizzavano prodotti un tantino più elaborati dei miei. Poi alla lunga l'olio messo ovunque non fa altro che seccare, eh.

Lo so, lo so. Tra Lola, Carlita Dolce e chi per loro imparare a farsi una crema a casa è una cazzata. Però dovrei comprare gli ingredienti. E un minipimer. E i barattoli. E fare una, due, tre prove. Ma se non c'ho tutta 'sta roba neanche per cucinare, secondo voi mi metto a farlo per una crema viso? Maddai. Sono troppo pigra.

Il problema che mi ha assillato per anni ha finalmente trovato una soluzione in Sara. Vorresti farti la crema ecobio a casina ma non hai né la voglia né il tempo né le capacità? Ok, ci pensa Sara. Andate sul sito di Double B Tailored Beauty per farvi un'idea di cosa si sta parlando, o leggete questo elenco entusiasta da me redatto.

Cosmetici ecobio! Vegan! Cruelty Free! E chi più ne ha più ne metta! Buoni per la pelle, buoni per il pianeta, buoni per il mio cervello che non ha voglia di scegliere!

♥ Purtroppo tanta era l'impazienza di provare creme! nuove creme! che non mi sono soffermata troppo su questa cosa, ma appena finirò queste le prossime me le faccio mandare con le etichette personalizzate. Nere, naturalmente. O grigie. Adesso vedo.

♥ Altra personalizzazione necessaria: quella del profumo. Le creme vengono senza profumo, e potete scegliere tra le varie essenze presenti sul sito oppure se spruzzarci un po' del vostro. Mentre per la crema viso non mi sono posta il problema e l'ho lasciata così com'è, non vedo l'ora che m'arrivi anche la crema corpo da personalizzare a violente spruzzate di Chanel.

Confezioni di vetro. Io amo i barattoli di vetro. Se potessi scegliere di sostituire tutto ciò che c'è di plastica con solo vetro e acciaio sarei la persona più felice del mondo. Immaginate la mia gioia nel vedere i barattoli di vetro.

I prodotti sono eterni: sono dieci giorni che utilizzo tanto la crema quanto il burro e a malapena ho intaccato le confezioni.  Sia per le quantità - solitamente le creme viso sono da 45, massimo 50 ml: questa è da 60 - che per la qualità: ne basta veramente una ditata.

♥ Una delle cose che mi ha sempre trattenuto dal comprare dai più noti siti di cosmetici ecobio, tipo Fitocose o Saicosatispalmi, sono i tempi di attesa: dieci, venti giorni, aspettare disponibilità, ecc. Io non c'ho pazienza, non ce la posso fare. La roba di Sara in meno di 24 ore era tra le mie mani. Spedizione ultraveloce.

Nello specifico, per ora, ho provato due prodotti: la Crema Viso e il Burro Struccante
La Crema Viso è probabilmente una delle migliori creme viso io abbia provato: si assorbe, non tira, non unge, è un'ottima base per il trucco, elimina le screpolature invernali del mio tremendo ed enorme naso senza però farmi diventare lucida la fronte o cose brutte del genere. Ma per quanto possa essere fantastica questa crema, il Burro la supera.
Il Burro Struccante è oggettivamente una meraviglia della cosmetica. Giuro. Io ho il terrore di saponi in faccia: nessuno mi leverà dalla testa che lavarsi la faccia col sapone fa venire le rughe. Dio mi perdoni per gli anni passati ad utilizzare le tre fasi della Clinique. Ormai sono mesi che mi strucco solo con l'olio di cocco. Ecco, il Burro Struccante di Sara è un olio di cocco potenziato e implementato. Mantiene tutti i pregi dell'olio di cocco, ma a differenza di questo non ti lascia unticcia ma morbidosa e felice. Tanto è il mio entusiasmo per questo struccante che lo uso anche la mattina, semplicemente per lavarmi la faccia. Se dovete comprarvi uno struccante compratevelo, davvero.
So che se volessi potrei chiedere a Sara di implementarli a mia immagine a somiglianza tanto il Burro quanto la Crema, ma devo dire che per me sono perfetti così. Forse la mia ansia nei confronti delle rughe avrà bisogno di conforto in qualche implementazione della crema con qualcosa di ancora più anti-age dell'olio di Argan.

Naturalmente i miei progetti d'assillo a Sara sono soltanto iniziati: tartassandola su Facebook la sto lentamente obbligando a produrre un kit da viaggio, uno shampoo secco, un balsamo labbra di quelli tosti, un siero antirughe che io c'ho troppa ansia per la vecchiaia che incombe. State certe che questa non sarà l'ultima recensione di un prodotto Double B Tailored Beauty su questo blog.

#SNOBPLAYLIST 01/15: GIRLPOWER

È passato un mese dalla creazione collettiva della prima, meravigliosa #SNOBPLAYLIST: i numerosi pezzi da voi attentamente selezionati hanno deliziato numerose orecchie, tra cui le mie.

È giunto quindi il momento di creare una nuova playlist.
La prima era circa un esperimento - molto ben riuscito, eh - quindi c'è bisogno di limare qualche spigolo e mettere qualche regola.

♥ La playlist sarà massimo di 30 pezzi - come trenta i giorni del mese, dai. L'ultima era di 53 brani e forse erano un po' troppi.

♥ Ogni Fedele Lettore potrà scegliere un solo pezzo: questo per dare la possibilità a più gente possibile di contribuire restando in un numero decente di brani.

Evitate di scegliere un brano di un autore già presente nella playlist: se i brani sono drammaticamente differenti ok, altrimenti c'è il rischio di formare un grumo monomelodico nel flow della playlist.

♥ Avere un tema: ci stavo pensando a questa cosa: ci vuole un tema, è evidente. Visto che sono in un momento di scarsa autostima e batoste sentimentali, direi che è il momento giusto per darci dentro con tutta quella roba che le femmine depresse ascoltano per sollevarsi il morale.

Visto che si può mettere una sola canzone di Beyoncé vi consiglio di essere velocissimi a commentare.

No, ok, possiamo mettere fino a tre canzoni di Beyoncé. Contente?


La mia coinquilina

Io e Chiara non ci siamo mai prese molto, sia chiaro.

Insomma, ci siamo anche volute bene, come è inevitabile che tu finisca per voler bene ad una persona con cui ti trovi a vivere per due anni.

Chiara è giovane, di sinistra, idealista. Ha fatto Economia e Commercio ma non per andare a fare la commercialista, no: perché vorrebbe gestire una qualche cooperativa in qualche luogo sperduto del mondo. Chiara fa la differenziata. Legge l'Internazionale. Beve acqua dalla Brita. Legge Rigoberta Menchú e Pasolini. Si è presa un anno sabbatico per andare in Bolivia a fare volontariato. Compra prodotti a marchio Coop, le cassette di frutta dall'equosolidale. Alle primarie ha votato Bersani e non Renzi ed io le ho detto maddai, quel vecchio, meglio Renzi e ancora non ho avuto occasione di dirle quanto mi sbagliavo, perché ormai io e Chiara non viviamo più assieme, lei ormai s'è laureata. 

Chiara è tutto il contrario di me: crede di poter far la differenza. Mi guardava male perché non voto, non so neanche di che partito politico potrei far parte, criticava il mio ondeggiare tra nichilismo ed edonismo, il mio fregarmene. Vederla mentre si affannava dietro ai suoi ideali a tratti mi divertiva e a tratti m'irritava. Aspettavo il momento in cui Chiara avrebbe capito che è tutto inutile, che non c'è nulla da fare. Ma Chiara, devo dire, ancora resiste: ancora ci crede.

Quando leggevo di Vanessa e Greta io pensavo sempre a Chiara. Andare a fare volontariato in Siria, è la classica cosa che avrebbe potuto far lei, quella scema. Andare a fare volontariato in Siria e magari farcisi pure ammazzare. E mica ce la facevi a convincerla del contrario, no. “A tredici anni” m'ha raccontato il padre “è entrato dentro la sede di Rifondazione del quartiere, che voleva tesserarsi. Immagina come l'hanno guardata quei vecchi comunisti. Tredici anni!”

Quando leggevo di Vanessa e Greta pensavo “Chiara, porcalapputtana, sempre a metterti nei cazzo di casini, non te ne potevi stare buon buonina a casa? Non potevi lasciare che il mondo andasse a puttane? Che tanto ci andrà ugualmente, Chiara, cazzo.” Me ne stavo lì e dentro la mia testa insultavo Chiara, stupida ragazzina idealista, pensa i tuoi cazzo di genitori quanto sono preoccupati, imbecille. 



Quando leggo di Vanessa e Greta e vedo che sono libere, e sono qui, penso a Chiara e tiro un sospiro di sollievo, e non c'ho neanche voglia di continuare a dirle quant'è ingenua e idealista e sprovveduta, e che poteva restarsene qua invece di andarsi a cacciare in queste situazioni dimmerda: sono soltanto contenta che Chiara sia tornata a casa, e non so neanche perché.

ANONYMOUS

Un post molto rapido che è più una breve - did-don! - comunicazione di servizio che altro: ho cambiato il sistema di commenti al blog.
Ultimamente moltissima gente si lamentava che non riusciva a commentare, che i commenti si perdevano per strada ecc: quindi ieri notte, complice una profonda insonnia, ho deciso di installare disqus sul blog.
Ta-dan! Andate sotto e date un'occhiata? Che ve ne pare?
Il sistema di commenti di blogger è, effettivamente, un po' primitivo: ti puoi loggare soltanto con G+, la cosa più trasgressiva che puoi fare è rispondere ad un altro commento. Basta. Una noia.

Questa cosa dei commenti per un periodo mi aveva fatto venir voglia di trasferirmi su Wordpress, ma l'odio per quella piattaforma mi ha sempre trattenuto.

Poi ho visto disqus su XOVAIN: ci si può loggare con twitter! facebook! google! si possono votare i commenti! si possono aggiungere immagini! Per un blog come il nostro, che è bello pregno di commenti & di spirito di community, secondo me è una scelta adatta.



Ecco che arriva la vera e propria comunicazione di servizio: ho disabilitato i commenti agli utenti non registrati. Vorrei, se possibile, limitare i commenti da Anonimo su blog. Questo perché, daje raga, io mi sono esposta con nome e cognome, fate un passino verso di me anche voi! Poi quando si inizia una discussione con tutti quei cazzo di anonimi non si capisce più una mazza, io credo di rispondere a tre persone invece rispondo a sei o a una soltanto, insomma, rende tutto molto difficile.

Che dite, ci proviamo?

INCASINATISSIMA RELAZIONE MIA

Imperterrita, incurante dei numerosi lascia perdere che ogni giorno invadono la mia vita reale e virtuale, continuo a - frequentare? relazionarmi? stare insieme a? capite che se una non sa neanche che cazzo di verbo usare, ecco, non siamo messi bene - Coso.

Coso, croce della mia vita, crampo dei miei lombi.
Sarò davvero innamorata? O soltanto masochista? Perché ogni tanto quando mi parla ho l'immagine di me stessa vestita di bianco, circonfusa da una luce dorata e con in mano la palma del martirio. In questo quadretto, invece del coro d'angeli, come colonna sonora abbiamo mia madre che continua a ripetere ma chi cazzo te l'ha fatto fare.

Già so che se non sto attenta rischio di farlo incazzare anche soltanto per aver iniziato a scrivere questo post e rischio litigate recriminazioni filippiche su gap culturali e cazzi vari. 
(Poi però stiamo tutti lì con Charlie Hebdo, eh. Tutti tutti. Pure Coso.)

Però che cazzo, ho un blog! Mi sono aperta un blog per avere il conforto che le mie poche amiche, vittime di curiose lesioni ai timpani dopo mezza giornata di confessione telefoniche, non sono capaci di darmi. 

Su Coso ci sarebbero da scrivere pagine e pagine, cosa che non possiamo fare per i motivi già spiegati, ma vi giuro, pagine e pagine: il fascino della sua tremenda complessità già da solo dovrebbe bastare a giustificare l'insana ossessione che ho nei suoi confronti. Non c'è giorno che non mi stupisca con nuovi problemi, nuove paranoie, nuovi atteggiamenti/comportamenti che per il resto del mondo sono banali, normali, di routine, assodati, ma che per noi - per lui - rappresentano montagne da scalare a forza di lusinghe e violenza psicologica, un lavoro quotidiano che mi lascia sfinita. 

È quasi un anno che - ci vediamo? usciamo? stiamo insieme? scopiamo? abbiamo una relazione? capite cosa intendo? - e ancora non c'è nulla di definito.

“Ma tu mi vuoi bene?”

Ragazze, voler bene: non ho mai chiesto il ti amo, Gesù. Ho chiesto il ti voglio bene. Dopo un anno, eh. C'è gente che dopo un anno figlia. Noi stiamo ancora cercando di stabilire se c'è dell'affetto che ci lega. Aspetta: lui sta cercando di stabilire se c'è un affetto che ci lega. Io se non provassi un profondo, vigoroso, turgido, assoluto, abbacinante, drammatico, inequivocabile, irragionevole amore sarei già emigrata alle Bahamas lasciando un enorme graffito d'odio con scritto COSO MUORI sulla facciata del suo luogo di lavoro. In vernice rossa. Con un Montana Fat Cap Gold montato sulla cazzo di bomboletta, non so se mi spiego.

Risposta.

“Un filino.”

Un filino. Un filino. Un filino. UN FILINO. 

Lui scherza, eh. Scherza. Tu non capisci la mia ironia. Io non capisco la sua ironia. Voi la capite la sua ironia? Perché se mi dite che voi la capite eh, allora accetto il fatto che il problema è mio e non suo e che devo lavorare su me stessa e così via.

In un momento in cui si sentiva particolarmente poco ironico mi ha risposto un po'.
“Un po'.”
Pausa trattenere il respiro aspettare fermi magari si sblocca sta per aggiungere qualcosa apnea.
“Come ad un cane.”

Lui scherza, eh. Scherza.

Ma comunque io ho iniziato un po' a sentirmici, come un cane.

Mi sento il cane di uno che è morto e che è stato lasciato quasi per sbaglio a qualche parente lontano, qualcuno che con gli animali non ci sa fare e che a malapena si ricorda di riempirgli la ciotola, che pensa ad altro mentre lo porta sotto casa a pisciare, che se ne ricorda soltanto quando guaisce, si lamenta. La sua priorità nei miei confronti sembra essere ridurre al minimo il fastidio che posso dargli.

Mi sento qualcosa che è capitato casualmente, un accidente, una cosa avvenuta senza volontà alcuna e che è così indegna di emozioni da rendere superflua, esagerata, anche la volontà che ci vorrebbe per tentare di scacciarla. La fatica che farebbe per lasciarmi sarebbe troppa, eccessiva: preferisce, egoista, tenermi così, al suo fianco, e lasciarmi morire di fame.




Scherza, eh. Scherza. 
Dai, non sei completamente stupida mi dice, quando mi distraggo e intervengo e faccio l'errore di prendere una posizione, dare un'opinione, cose così. Solitamente per evitare problemi sto zitta e mostro apatia, indifferenza, ignoranza: a questo modo, solitamente, non mi sfotte. Sempre di più mi trovo a nascondergli tante piccole cose importanti, così da lasciargli meno superficie da colpire, meno argomenti su cui essere disprezzata.

Perché vi sto raccontando tutti questo?
Boh. Per sfogarmi. Per vederla da fuori. Per cercare di capire.

Basta! dicono le amiche, inorridite Non puoi farti trattare così! Devi metterlo di fronte ad una scelta! Deve dirti cosa prova per te! Che intenzioni ha! Dagli un ultimatum! O si decide a fare qualcosa - dove per qualcosa si intende: ammettere pacatamente che prova qualcosa per me e che stiamo bene insieme - oppure lo scarichi!

Ah, ragazze mie: c'ho provato. Giuro che c'ho provato.
Una volta, incapace di farlo a voce, gli mandai un sms: Basta. Non ce la faccio più. È inutile andare avanti, io lascio perdere.
La sua risposta: Oggi è stata una giornata piena. Ho bisogno di pensare.
Insomma: tu lo scarichi. Lui vuole pensarci. 
Ehi, vaffanculo, ti mollo - aspe': lasciamici pensare.
Non si lascia mollare, vedete.
Non ti dice di restare, ma in una maniera o nell'altra non ti lascia andare.

La situazione, in realtà, è questa: noi stiamo insieme. Quasi da un anno. E ci stiamo pure bene, insieme. A livello pratico non c'è nulla che non vada: c'è solo questa mia tremenda paura di scoprire che tutto questo non è vero, e questa sua tremenda paura di ammettere che tutto questo è vero.
È l'unico problema da risolvere.
Eppure sembra impossibile. 


P.S.: La bellissima immagine è una sorpresa mattutina che ho trovato su Twitter. La Rap di Amori Sfigati ha ascoltato le mie preghiere e immortalato una delle più belle conversazioni avvenute tra me e Coso. Forse le chiederò di fare anche quella del cane.

LA HAINE

Allora, di base volevo scrivere il post sui Dieci Libri Più Dimmerda Mai Letti impostomi dall'amica Giorgeliot, ma non ci sto riuscendo.

Sia chiaro: non sono una persona che si fa turbare dai fatti di cronaca. Non sono una persona che si fa turbare dagli attentati.
Nel Luglio del 2005 avevo quindici anni ed ero a Londra e ricordo le parole della mia landlady, sulle immagini che in tv erano poche ed erano sempre le stesse, e le notizie che sembravano fredde, minime, sobrie, soprattutto se paragonate a quello a cui ci avevano abituato gli americani in quattro anni. Mi disse qualcosa di molto semplice che non riesco a spiegare: mi disse che lo scopo degli attacchi era spaventare, e la maniera migliore di combatterli era non farsi spaventare. Lo scopo di quei telegiornali con poche immagini - il loop di Davinia Douglas che si porta alla faccia la maschera bianca per coprire le ustioni - era non assecondare la paura.

Quello che ho scritto è vero? È vero, indubbio, il ricordo: ma magari la mia landlady si sbagliava, e la scarsità di informazioni che avevamo era dovuta alla confusione del momento e non faceva parte di una strategia di comunicazione precisa. Non lo so. So che questa cosa che bisogna, in un certo senso, ignorare l'accaduto - o meglio, non cedere il passo alla paura, alla rabbia, all'odio: e non smettere di fare quello che si è sempre fatto - mi è inconsciamente entrata dentro, ed è la mia maniera di gestire ogni evento di questo tipo.



Non so perché questa volta trovo difficoltà. Non so perché ma questa volta sono turbata. 

FAKING THE BOOKS

Insomma, ieri il blog ha compiuto il suo quarto anno di età. 
Buon compleanno anche a voi, Fedeli Lettori.
Per il quinto, se ci arriviamo, facciamo un megaparty da qualche parte, ok?
Sembra una cazzata, ma ho passato più tempo con voi e con questo blog che con qualsiasi uomo, eh. La nostra è una relazione molto seria. 

Questo è il post più difficile che mi capita di scrivere in quattro anni di blog, ed infatti è la quinta volta che ci rimetto mano e cancello e ricomincio, incapace di trovare una maniera per dirvi quello che sto cercando di dirvi.

Da dove iniziare?
Dall'inizio.

Ho aperto questo blog il primo Gennaio 2011: il blog, un po' come il rock, il punk ed il romanzo, era morto e poi risorto, anche se in una maniera meno anonima di quello a cui ero abituata. Mentre un tempo l'internet era un Far West fatto di nickname e fuorilegge, nel 2011 la gente aveva iniziato a metterci la faccia. Un'insensata perversione. Una follia, un pericolo inutile. Vedere tutti questi Thomas Anderson che si aggiravano ignari e felici per la rete senza timore di esporsi, così pacati e fiduciosi, mi terrorizzava. 

Io volevo essere un nick e nient'altro, ma questa mania del mischiare vita vera e vita virtuale di questi ultimi anni voleva obbligarmi a venire allo scoperto. Cosa che, vigliaccamente, non ho fatto: mi sono inventata un nome, un cognome, l'ho appeso alla cassetta della posta e al citofono e via, sono andata avanti con quello.

Viola Amerighi è stata compagna fidata, prestanome passiva, complice subordinata per ben quattro anni. Ho imparato a rispondere al suo nome e a presentarmi fingendomi lei. Viola era la camera di decompressione tra me e la Snob, la cabina telefonica dove Clark Kent va a cambiarsi, la mia caverna di Batman. Viola aveva i desideri e i capricci di un amico invisibile, nascondendomi dietro di lei potevo essere e fare tutto quello che volevo.

Viola è stata il mio scudo, la mia spada per tutto questo tempo.
Curiosamente, però, Viola era anche il mio grande punto debole: non potete immaginare quanti messaggicommentimail con scritte cose come conosco il tuo vero nome abbia ricevuto in questi quattro anni.
Non importa quanto insignificante sia il tuo segreto: lo tieni segreto quindi è pericoloso, lo tieni segreto quindi tenteranno di usarlo contro di te.

Marta Zura-Puntaroni


Ciao.
Mi chiamo Marta Zura-Puntaroni, e a vedere il mio vero nome scritto qua dove non dovrebbe un po' d'ansia mi sale.
Ammetterete che è un cognome lunghetto, eh, di quelli che non passano inosservati.
Gli amici, non so perché, mi chiamano Mars.
Sono nata a San Severino Marche, qualcosa di più che diecimila abitanti, in provincia di Macerata il 29 Novembre del 1988, verso le cinque. Sono Sagittario ascendente Gemelli. Mia madre fa la dentista, mio padre il rappresentante. Ho una sorella che ha qualche anno meno di me e sta a Milano, voi la conoscete col nome di Poupette.

La mia vita non è per nulla differente da come ve l'ho raccontata.

Mi piacciono i libri, restare a letto il più possibile, il tè, gli oggetti, i cervi, i social network, i puntini di sospensione del giusto numero, il latte, viaggiare ma non troppo, i bagni caldi, la Disney, andare a fare la spesa nei supermercati molto grandi, i gatti, i film di fantascienza, il grigio, le orchidee, la Toscana, i torrenti, lo yoga, i personal blog.

Non mi piacciono le cavallette, gli scienziati della comunicazione, i letti rifatti male, le case senza libri, la Fanta, i colori a parte forse il verde, gli imprevisti disorganizzanti, l'acqua alta, il Piccolo Principe, la carne, Google Plus, la gente che vuole farmi le foto, le cose scritte male, le barche, i libri di Baricco, i fashion blog, la french manicure.

Quando ho chiuso il blog dopo la litigata con Coso, qualche tempo fa, mi sono detta: no, non ritorno finché non riesco ad ammazzare Viola. Lo stavo dicendo ad un mio amico che m'ha detto qualcosa tipo: tanto rimani la Snob. 
E questo è vero.

Viola ha fatto un lavoro faticoso e pericoloso, e mi ci sono volute varie settimane per convincermi a mandarla in pensione: ma ecco, è fatta, e credo sia la scelta giusta. 

Non so come sia possibile essere così tante persone.

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...