Diario di una Snob - fashion, lifestyle, travel blogger from Tuscany, Italy: maggio 2015

Blue Brains

“Vedi, alla lunga si disabitua.”
Disabitua.
“Esattamente come qualsiasi altra parte del corpo, no, che se per qualche motivo non viene utilizzata poi si disabitua, e si atrofizza, e certo che puoi fare la fisioterapia senza prendere alcun antidolorifico, senza nessun aiuto farmacologico, ma sarebbe veramente da scemi, no, soffrire inutilmente?
Detta così ha il suo senso.
Mi sembra di aver varcato una soglia e adesso che sono di qua non so esattamente se è qui che voglio stare, ma ho scelto di fare un percorso quindi, insomma, dal treno non si può scendere. È un percorso che potrebbe durare mesi, o anni.
Trovo una foto di due scan, rappresentano due situazioni: la mia, l'altrui. L'attività è limitata, lo scan è tutto di toni verdi e blu. Si disabitua.

Abbiamo iniziato così e sono passate tre settimane e non ho scritto più nulla, perché sai: forse queste sono le cose di cui si parla di meno, queste sono le cose di cui la gente si vergogna, queste sono le cose per cui la gente giudica - molto più di tutto il resto.
Non è affatto figo come può sembrare: ho paura di ingrassare, di perdere i capelli, di non essere più io.
Ho paura che il percorso non finisca e che il treno non si fermi e che non sarò più capace di provare qualcosa di più di una lieve serenità, un lieve fastidio - grassa senza capelli senza turbamenti, una specie di monaco buddista.
Ho molta paura di non essere più capace di scrivere, che le medicine mi rendano incapace di scrivere, e non sapete con quale fatica batto queste parole alla tastiera.



Queste sono le paure.
A dire il vero per adesso - a parte quelle cose dei primi giorni, la nausea, la diarrea, le vertigini - sembra andare bene, andare meglio: mi sembra d'aver passato, non lo so, una vita intera al freddo e che tutto d'un tratto qualcuno abbia chiuso le finestre, o acceso un fuoco: so che il calore è lontano, so che passeranno mesi prima che la stanza si scaldi o il fuoco prenda.
Però so anche che, insomma, questo è possibile.
Che c'è altro.





World Wide Web

Qualche tempo fa, da qualche parte, una lettrice mi ha scritto qualcosa di questo tipo.

Non vorresti essere nata in un altro periodo? Non senti la nostalgia di epoche che non hai vissuto?

È una cosa che sento dire spesso. Conosco tanta gente che vorrebbe essere nata in un altro periodo. Ci sono quelli che tifano per l'Ottocento, quelli che hanno la fissa per l'età classica - greca o romana, non importa - gli - immancabili - medievali che ancora non sono stati capaci di elaborare il lutto dato dall'aver finito di leggere il Signore degli Anelli. Poi abbiamo una sfilza enorme di novecenteschi: dal nostalgico del Duce al nostalgico del Sessantotto, passando per una serie di sfumature che distano a volte un paio d'anni, a volte qualche mese. Scegli il momento che avresti voluto vivere, sottrai vent'anni a quella data: quello sarebbe dovuto essere il giorno della tua nascita.

Questo i romantici: i più pragmatici, quelli che alla fine se ne fregano dell'estetica delle varie epoche - il fascino degli anni '30! gli psichedelici anni '70! - vorrebbero semplicemente essere nati in qualsiasi altro momento: qualsiasi cosa pur di non far parte di questa generazione perduta. Ci va bene tutto: l'epoca dei nostri genitori, del posto fisso, della laurea che garantiva un lavoro, dell'imprenditoria avventurosa e vincente, della carriera accademica facile. O anche quello dei nostri nonni, anno più anno meno: fare la guerra - va bene tutto, l'importante è che ci sia qualcuno da combattere - o resistere a una dittatura, o il boom economico del secondo dopoguerra - scegliete voi.
Tutto tranne questa cosa qui: gli stage non retribuiti, gli ottocento euro al mese, le lauree necessarie e inutili, le aspettative dei genitori, la nullità della classe politica - continuate l'elenco, sapete di cosa sto parlando. 

L'unica persona che conosco che alla domanda Non vorresti essere nata in un altro periodo? risponderà sempre No, be': sono io. Me lo domandano, a volte: non vorresti essere nata in un altro periodo? e io dico no e loro chiedono perché? e io rispondo.
Perché negli altri periodi non c'era l'internet.

E quello, quello è l'esatto momento in cui mi guardano come se fossi scema.

Internet è considerato un vizietto o un male necessario. Internet è il flow infinito di facebook, la timeline in continuo aggiornamento, i cazzi degli altri che non ti fanno fare quello che in verità dovresti fare. Su internet ci stanno tutti quindi non puoi non stare su internet, non puoi essere fuori dal giro ma contemporaneamente preferiresti non esserci, è una festa a cui nessuno vuole andare ma tutti sono invitati, domani tutti ne parleranno, ci stai dentro soltanto perché non vuoi essere escluso dalle cricchette che si creano, dal giro, dalle conoscenze giuste, si sa che a stare su internet si entra in contatto con tanta gente che ci può far comodo.
Però di base internet ci fa schifo. Questa cosa perversa dell'internet. Questa gente che mette le sue foto su internet, commenta le foto su internet. I flame nella sezione commenti su internet. Stai su internet perdi tempo su internet internet fonte di ogni male, dei grillini e degli esami non dati perché stavi su internet invece di studiare, i video dei gatti che guardi invece di lavorare, i meme su facebook che guardi invece di vivere, le serie tv in streaming che poi si bloccano che poi sono tutte lì, tutte assieme, e fai nottata a guardarle. Su internet.

Millenovecentoottantotto. Il momento perfetto per nascere. Qualche anno prima e avrei messo mano al primo computer ormai troppo vecchia per trattarlo con la stessa naturalità e confidenza che ho adesso, qualche anno dopo e non avrei potuto conoscere la sensazione di vivere senza internet.

Ricordo com'era vivere senza internet. Lo ricordo. Penso agli anni prima del 1997, prima del 1996, e ringrazio non so chi per tutto quello che è venuto dopo. Penso alla mia adolescenza, mi chiedo come sarebbe stata senza internet. Penso all'inferno che sarebbe stata la mia vita senza internet.

Ricordo la sensazione di infinito potere provata verso i dieci anni, quando ho iniziato a starci spesso, su internet, anche otto, anche dieci ore al giorno. 
Il sapere non era più irraggiungibile. 
La solitudine non era più un problema. 



Tutte le cose peggiori

Varcare l'ingresso poi subito a sinistra. Lei sapeva dov'è perché, insomma. È di famiglia.
Mi rendo conto di aver paura, mi agito, mi sento troppo ben vestita, troppo normale: avrei dovuto lasciare la borsa nuova a casa, forse, mettere altre scarpe. In mano ho del gelato.
C'è da suonare il campanello e intanto faccio in tempo - mi basta poco tempo - e intento faccio in tempo a guardarmi attorno, leggere più volte il foglio appeso alla porta ancora chiusa che dice che non si possono fare foto, che dice che non si possono portare lamette da barba ai pazienti.
Chiedo dov'è, ci raggiunge, ci mettiamo a parlare.
Continuo a parlare, offriamo il gelato alle persone nella sala. Mangiamo il gelato.
Voglio andarmene, passo l'ora a evitare con lo sguardo una ragazza molto magra, sulla sedia a rotelle, entrambe le gambe ingessate: mi chiedo da dove si sia buttata, mi chiedo perché si sia buttata.
Usciamo e lei sa benissimo da che parte andare, perché, insomma. È di famiglia.

Litighiamo. Non so perché.
Mi ritornano in mente tutte le cose peggiori che ha detto, a tutte le cose peggiori se ne sommano altre. Mi viene il mal di testa, mi viene la nausea. Vomito, vado a letto, dormo due ore, mi alzo.
Vomito di nuovo.

Mio nonno aveva una calcolatrice molto bella.
Casio, pesante, di quella plastica vecchia e resinosa, bianco panna e nero e arancione, a tasti squadrati e un po' laschi nelle loro sedi. A suo modo era perfetta. Non aveva quei tristi schermi grigi delle calcolatrici moderne, no, ma uno a fondo nero e cifre verdi, brillanti. Chiedo a mia madre che fine abbia fatto. Non se ne ricorda neppure. La calcolatrice di nonno, le ripeto - lei dice che ne aveva molte. No, insisto, c'era solo quella là. 
Non mi dice nulla ma so dal rumore che viene dal suo studio che l'ha cercata, e non l'ha trovata.





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